Reflusso e ulcera: la terapia con Ppi

I disturbi acidocorrelati, tipici del tratto digestivo superiore, sono oggi patologie importanti anche per l’impatto che hanno sul versante farmacologico. «Certamente tra questi la malattia da reflusso gastroesofageo è la più frequente», mi ha spiegato Vincenzo Savarino, professore ordinario di gastroenterologia presso l’Università di Genova. «Si tratta di un ritorno del contenuto dello stomaco in esofago dovuto principalmente a un malfunzionamento del cardias, anche se l’ernia iatale è un fattore da tenere in considerazione». Nella maggioranza dei casi la causa è quindi funzionale: nulla di patologico è rilevabile, anche in caso di gastroscopia. Tuttavia in una minoranza di casi questa condizione può produrre piccole erosioni della mucosa esofagea. Con o senza erosioni, i sintomi sono bruciore retrosternale e rigurgito acido. Quanto alle ulcere gastriche e duodenali, i casi sono oggi in calo: «Da quando è noto che questo disturbo può essere causato dalla presenza del batterio Helicobacter pylori disponiamo di più armi per prevenire il disturbo», prosegue Savarino.

Attenzione a complicanze e comorbilità

La diffusione di queste patologie, in particolare il reflusso, è forte soprattutto nei Paesi occidentali: si nota infatti un incremento parallelo di casi di reflusso e di obesità. Anche l’alimentazione conta: cibi grassi, cioccolata, aglio, cipolla e menta possono contribuire. Sul versante terapeutico i farmaci principali sono gli inibitori di pompa protonica (Ppi), tra i più venduti al mondo. «Sono molecole molto potenti, anche se spesso oggetto di un utilizzo improprio», aggiunge il gastroenterologo. Purtroppo però agiscono solo sul sintomo, tanto che nella maggior parte dei casi dopo un periodo di trattamento il paziente sperimenta una o più recidive. Accanto ai Ppi, utili anche i comuni antiacidi capaci di fungere da barriera difensiva. In ogni caso la stragrande maggioranza dei pazienti può essere trattata dal medico di medicina generale: la diagnosi infatti può essere fatta sulla base dei sintomi. Serve invece lo specialista, e successivamente una gastroscopia, quando sono presenti anche sintomi extradigestivi (ad esempio respiratori) o quando il paziente mostra segni di dimagrimento, anemia o disfagia. «Un caso che merita particolare attenzione è l’esofago di Barrett, la maggiore complicanza del reflusso». Considerata lesione precancerosa, questa patologia comporta una sostituzione dell’epitelio squamoso tipico dell’esofago con epitelio ghiandolare, simile a quello del colon. Possono necessitare di gastroscopia anche i pazienti con specifici fattori di rischio: maschi over 50 con reflusso da più di cinque anni e di razza caucasica.

L’articolo completo su Salute gastrointestinale (inserto di Sette, Corriere della Sera), 31 marzo 2017

A mangiar bene si impara da piccoli

L’obesità infantile è un problema in costante crescita: nella sola Lombardia i bambini in sovrappeso e obesi sono complessivamente circa il 24 per cento. In pratica 135mila bambini, cioè uno su quattro. Fondamentale quindi ripensare all’educazione alimentare dei piccoli: è ormai assodato, ad esempio, che un eccesso di proteine, il consumo di bevande zuccherate e la scarsa presenza di frutta e verdura nella dieta sono sicuramente dannosi. Nonostante anche fattori come la ridotta attività fisica, la genetica, la familiarità e alcune alterazioni ormonali abbiano il loro peso, resta la cattiva alimentazione la prima imputata dell’obesità infantile. Il motivo? Troppo spesso i genitori si preoccupano quando il bambino mangia poco, ma raramente quando mangia troppo. È in particolare l’alimentazione durante i primi mesi di vita a influenzare il futuro rapporto col cibo. Non solo: persino le abitudini alimentari della madre in gravidanza possono rendere il piccolo più predisposto allo sviluppo di malattie in età adulta.

Cosa scegliere per l’alimentazione dei bimbi

Ecco allora qualche consiglio: ne parlo su Integratori e sana alimentazione (inserto di Sette, Corriere della Sera), in edicola il 25 marzo 2017. Per i neonati certamente l’allattamento al seno a richiesta, cioè quando è il bambino a mostrare di averne bisogno, rimane la forma ideale di alimentazione: il latte umano fornisce un apporto nutrizionale ottimale per la crescita e lo sviluppo. L’introduzione di alimenti solidi complementari al latte deve avvenire gradualmente a partire dai sei mesi circa. In generale i cereali sono i primi da introdurre, da mescolare con un po’ di latte e seguiti da passati di verdure, purea di frutta e carne omogeneizzata. In ogni caso il genitore dovrebbe educare il bambino a una dieta equilibrata, non monotona, che alterni ogni giorno tutti i nutrienti in quantità adeguate assicurando la presenza di proteine animali e vegetali, di zuccheri semplici e complessi, di grassi animali e vegetali preferendo l’olio di oliva al burro. Importante anche il giusto apporto di vitamine, minerali e alimenti integrali evitando invece un’eccessiva introduzione di calorie.

L’importanza di mangiare… con le mani

Ma non solo: conta anche come i bambini mangiano. Secondo uno studio dell’Università di Nottingham (Regno Unito) pubblicato su The British medical journal permettere ai bimbi di mangiare con le mani li aiuta a preferire i cibi sani. E, in ultima analisi, a scongiurare il rischio obesità. Alla conclusione i ricercatori sono giunti analizzando le risposte a questionari somministrati ai genitori di 155 bambini dai 20 ai 78 mesi di età circa le abitudini alimentari dei loro piccoli. Risultato: se i 92 bambini a cui veniva regolarmente permesso di mangiare con le mani (modalità definita baby-led approach) mostravano una spiccata capacità di scelta tra le diverse consistenze degli alimenti, quelli imboccati con il cucchiaio si rivelavano invece interessati quasi solo ai cibi dolci. Con conseguenze evidenti sul peso: i ricercatori hanno riscontrato infatti un rapporto di obesi di 8 contro 1 tra i bimbi nutriti con le posate e quelli che mangiano con le mani. «La possibilità di manipolare il cibo, di annusarlo e di infilarselo in bocca senza strumenti estranei», mi ha spiegato Silvia Amendola, psicologa dell’Unità operativa di dietologia clinica presso l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, «spinge il piccolo a un rapporto diretto con l’alimentazione. Spesso inoltre il baby-led approach è utile per affrontare fobie e rifiuti di alcuni tipi di cibi».

Mediterranea, l’unica vera dieta

A dicembre ci ha pensato la Società italiana di diabetologia (Sid) a schierarsi contro i ciarlatani delle diete dimagranti. «Non esiste alcune legame», ha scritto Rosalba Giacco, redattrice del documento prodotto dalla Sid ed esperta di nutrizione, «tra allergie alimentari e sovrappeso». La presa di posizione parte dalla moda delle diete che si basano sulle intolleranze: si tratterebbe di prescrizioni senza alcun fondamento eseguite sulla base di «pseudo-intolleranze diagnosticate con i metodi più fantasiosi». Queste metodologie, come il dosaggio degli anticorpi IgG4 alimento-specifici, non sono riconosciute dalla letteratura scientifica: «La positività al test», prosegue Giacco, «non indica infatti una condizione di allergia o intolleranza alimentare, ma una semplice risposta fisiologica del sistema immunitario all’esposizione ai componenti presenti negli alimenti».

Necessità o moda?

A oggi però il business delle diete dimagranti continua a essere importante, forte di una certa credulità e di un oggettivo problema di peso in eccesso che tuttavia dovrebbe essere affrontato con ben maggiore serietà. Del resto secondo il rapporto Osservasalute 2015, che riprende dati Istat del 2014, è in sovrappeso un 36,2 per cento della popolazione italiana ed è obeso il 10,2 per cento. Se è vero che siamo ciò che mangiamo, come diceva il filosofo Ludwig Feuerbach nei primi dell’Ottocento, dobbiamo quindi iniziare a curarci seriamente proprio partendo dalla tavola: «Le linee guida internazionali per la prevenzione delle patologie attraverso la nutrizione sottolineano come tutti i nutrienti debbano essere assunti attraverso l’alimentazione», mi ha detto nel corso di un’intervista Anna Villarini, biologa e specialista in scienza dell’alimentazione presso l’Istituto dei tumori di Milano. Questo significa che gli integratori e i cibi arricchiti, come ad esempio quelli a cui vengono aggiunti calcio, ferro o fibre, sono utili solo quando un medico diagnostica una carenza alimentare non correggibile solamente con un’alimentazione corretta. «In una persona in salute, invece, sono inutili se non dannosi: prendere pastiglie di vitamina C non sarà mai come bere spremute d’arancia».

L’unica vera dieta, quella mediterranea

Un consiglio che va bene per tutti, però, c’è e viene dal nostro Paese: la dieta mediterranea. «Non si tratta di sciovinismo: il primo a parlare dei benefici dell’alimentazione seguita nell’Italia del sud fu un americano, Ancel Keys, nel secondo Dopoguerra», precisa Villarini. Il medico statunitense, che per decenni visse in provincia di Salerno, scoprì infatti come l’alimentazione estremamente povera del Cilento era correlata a una ridotta mortalità per patologie cardiocircolatori rispetto all’opulenta America. A sessant’anni dall’intuizione di Keys, questa dieta è ancora oggi considerata dai ricercatori di tutto il mondo la migliore strategia alimentare per la prevenzione di tumori e malattie cardiovascolari, a oggi prime cause di morte nei Paesi occidentali. Uno studio di qualche anno fa condotto dalla Sahlgrenska Academy di Göteborg (Svezia) aveva mostrato ad esempio come tra gli svedesi che seguono questo regime l’aspettativa di vita è superiore del 20 per cento rispetto a chi segue abitudini alimentari scandinave. Eppure sono gli stessi dati Istat del 2014 a dirci che in Italia regioni a più alto tasso di persone in sovrappeso oppure obese sono Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Calabria. Perché proprio i luoghi dove si dovrebbe mangiare meglio? «Perché la dieta mediterranea non è più seguita da nessuno, stravolta prima dall’abuso di formaggi come le mozzarelle e poi dall’eccessivo consumo di prodotti dolciari industriali, di snack salati e di bevande zuccherate», conclude Villarini. Tanto che a fare le spese del sovrappeso, proprio al Sud, sono oggi soprattutto i bambini con tassi di obesità infantile incredibilmente alti: secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità contenuti nel report OKkio alla salute nella sola Campania i bambini di 8 e 9 anni sovrappeso oppure obesi erano, nel 2014, il 47,8 per cento.