Le vitamine e i migliori integratori

Numerosi studi spiegano come tutti i nutrienti fondamentali all’organismo debbano venire prima di tutto dall’alimentazione, che deve essere varia e completa. Tuttavia in alcuni casi, in particolare quando sono presenti fenomeni di malassorbimento, l’uso di integratori di vitamine e sali minerali rappresenta una scelta necessaria. I cosiddetti integratori multivitaminici sono prodotti completi destinati a ripristinare le carenze vitaminiche specifiche. Tipicamente comprendono diverse vitamine tra le quali A, C, D, E, K, B (che comprende riboflavina, niacina, acido folico, vitamina B6, vitamina B12, tiamina e biotina) e poi ferro, calcio, magnesio, zinco, fosforo e rame. Utili per ritrovare l’energia persa, aiutano a superare lo stress e mantengono in buona attività anche il cervello. Inoltre le vitamine sono importanti in gravidanza, per favorire la normale crescita del bambino e per garantire un costante nutrimento alla madre, il cui organismo è messo a dura prova durante i nove mesi. Ricerche hanno inoltre dimostrato che un corretto apporto vitaminico aiuta a prevenire malattie tumorali e cardiovascolari e che, ovviamente, aiuta a prevenire l’insorgenza di carenze nutrizionali.

Ipotonici: gli integratori salini migliori

Discorso analogo per gli integratori idrosalini, importantissimi in particolare per gli sportivi ma non solo. Si tratta di supplementi costituti principalmente da acqua, sodio e potassio che permettono un veloce reintegro dei liquidi e dei sali minerali persi con l’eccessiva sudorazione durante l’attività fisica oppure in caso di febbre o di diarrea prolungata. Oltre che negli sportivi, l’uso di questo tipo di integratori è indicato nei bambini, nelle donne in gravidanza e in persone in età avanzata che hanno bisogno di un apporto adeguato di minerali. Tra le varie tipologie di integratori idrosalini è meglio optare per quelli ipotonici che si assimilano più velocemente ed evitano un accumulo di sali e dunque un lavoro eccessivo per i reni. Si tratta infatti di bevande la cui concentrazione determina una pressione osmotica inferiore a quella del plasma. Tra gli ingredienti basilari ci sono sali come quelli di cloro, sodio, potassio e magnesio ma sono in particolar modo gli ultimi tre a essere importanti nel caso di attività fisiche protratte e intense. In ogni caso gli integratori dovrebbero essere bevuti non troppo freddi per evitare effetti negativi sia sulla digestione che sulla salute.

Articolo tratto da Salute, dall’alimentazione al viaggio (inserto di SetteCorriere della Sera), 3 luglio 2017

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Allattamento, al seno è meglio

Laddove possibile le mamme dovrebbero allattare al seno, spiegano i ginecologi. Del resto il latte materno è importante per una crescita sana ed equilibrata dei piccoli. I pediatri spiegano infatti che sostituire il latte materno con il latte artificiale, senza un motivo reale, non porta benefici ma al contrario può influenzare negativamente lo stato di salute del bambino e della madre. I dati ci dicono che oggi corrisponde a oltre il 90 per cento la quota di donne italiane che allatta al seno il neonato nei primi giorni di vita, tuttavia al momento della dimissione dall’ospedale soltanto il 77 per cento delle madri continua a farlo. I primi giorni di vita nel neonato sono molto importanti per l’allattamento al seno: cominciamo quindi ad allattare il prima possibile. L’ideale sarebbe entro due ore dalla nascita o anche prima, se possibile, perché in quel momento l’istinto di suzione è altissimo e fondamentale perché il bambino riceva il colostro, il siero che viene secreto prima dell’arrivo della montata lattea e che contiene un insieme di anticorpi preziosissimi per il suo sistema immunitario ancora immaturo. Per questo è tanto importante il contatto pelle a pelle tra mamma e bambino subito dopo il parto. Sono molti gli ospedali che lo incentivano, a volte anche dopo il cesareo.

Le regole da seguire

Ricordiamoci che l’allattamento al seno non vuole regole rigide: evitiamo le poppate da dieci minuti per seno. Il bambino infatti deve potersi attaccare tutte le volte che vuole e per tutto il tempo che vuole: quando sarà sazio, sarà lui stesso a staccarsi spontaneamente o addormentarsi. Facciamo attenzione al confort: da questo punto di vista possono essere utili diverse soluzioni proposte dal mercato per rendere l’esperienza confortevole e piacevole. Quanto ai tiralatte meglio scegliere quello più adatto in base alle specifiche caratteristiche anatomiche. Uno dei fastidi più frequenti che sperimentano le neomamme è il dolore ai capezzoli: fortunatamente esistono pomate a base di ingredienti naturali, ipoallergenici e idratanti che aiutano a lenire il dolore e che, tra l’altro, non richiedono di lavare il seno prima della poppata. Infine, soprattutto nelle prime settimane, il bambino ha bisogno di mangiare a intervalli più o meno regolari e non fa distinzione tra ore diurne e notturne. Mettiamo quindi in conto che lui si svegli nel pieno della notte: del resto nelle ore notturne è più attiva la prolattina, l’ormone responsabile della produzione del latte.

Articolo tratto da Essere genitori oggi (inserto di Sette, Corriere della Sera), 8 giugno 2017

Glutine: non c’è solo la celiachia

La celiachia è prodotta da una reazione del sistema immunitario a una proteina presente nei cereali, il glutine, contenuta nel frumento, nel farro, nell’orzo e nella segale. Al glutine si può essere intolleranti (è il caso appunto della celiachia) ma anche soltanto sensibili: si parla in questo secondo caso di gluten sensitivity, una condizione che riguarda fino al 10 per cento della popolazione. La celiachia si manifesta spesso nell’infanzia dopo lo svezzamento e se non viene diagnosticata sono possibili disturbi della crescita e dello sviluppo con sintomi da malassorbimento. Se si sospetta una celiachia, sulla base di sintomi come gonfiore e dolori addominali, diarrea, mal di testa, sonnolenza, rivolgiamoci al medico che ci prescriverà un esame del sangue. Alla positività della ricerca di specifici anticorpi deve seguire un’endoscopia per il prelievo di un frammento dell’intestino: solo questo secondo esame dà una conferma certa. Quanto alla gluten sensitivity i sintomi sono abbastanza simili, anche se scompaiono alla sospensione dell’assunzione di glutine per un paio di mesi.

Dalla diagnosi alla dieta

Le due forme di disturbi correlati al glutine possono potenzialmente causare danni all’apparato digerente, ma dal momento che non esiste una cura definitiva si può solo prevenire la reazione infiammatoria causata dal contatto con il glutine. Pertanto è fondamentale nella celiachia e consigliabile nella gluten sensitivity adottare una dieta senza glutine. Del resto l’infiammazione causata dalla condizione può anche cronicizzarsi causando problemi come osteoporosi, alopecia, artrite reumatoide, infertilità, diabete e condizioni di malassorbimento di sostanze nutritive come ferro, calcio e folati. Oggi esistono in commercio molti prodotti senza glutine come sostituti del pane, pasta e altro ancora. Inoltre ricordiamo che in natura gli alimenti che non contengono glutine all’origine sono molti e possono essere utilizzati per creare numerose ricette per piatti nutrizionalmente corretti: tra questi ci sono il mais, il riso e il grano saraceno. A meno che non si tratti di prodotti specifici, devono essere invece evitati la pasta, i dolci, i biscotti e i farinacei in generale. Lo stesso vale per altri cereali, come l’orzo, la segale, l’avena e il kamut, ma anche per gli alimenti che contengono amido e malto. Attenzione anche ai wurstel e ai formaggi fusi che possono contenere tracce di glutine. Oltre alla presenza del glutine, particolare attenzione va prestata al processo di lavorazione o alla cottura degli alimenti, per evitare la contaminazione.

Reflusso e ulcera: la terapia con Ppi

I disturbi acidocorrelati, tipici del tratto digestivo superiore, sono oggi patologie importanti anche per l’impatto che hanno sul versante farmacologico. «Certamente tra questi la malattia da reflusso gastroesofageo è la più frequente», mi ha spiegato Vincenzo Savarino, professore ordinario di gastroenterologia presso l’Università di Genova. «Si tratta di un ritorno del contenuto dello stomaco in esofago dovuto principalmente a un malfunzionamento del cardias, anche se l’ernia iatale è un fattore da tenere in considerazione». Nella maggioranza dei casi la causa è quindi funzionale: nulla di patologico è rilevabile, anche in caso di gastroscopia. Tuttavia in una minoranza di casi questa condizione può produrre piccole erosioni della mucosa esofagea. Con o senza erosioni, i sintomi sono bruciore retrosternale e rigurgito acido. Quanto alle ulcere gastriche e duodenali, i casi sono oggi in calo: «Da quando è noto che questo disturbo può essere causato dalla presenza del batterio Helicobacter pylori disponiamo di più armi per prevenire il disturbo», prosegue Savarino.

Attenzione a complicanze e comorbilità

La diffusione di queste patologie, in particolare il reflusso, è forte soprattutto nei Paesi occidentali: si nota infatti un incremento parallelo di casi di reflusso e di obesità. Anche l’alimentazione conta: cibi grassi, cioccolata, aglio, cipolla e menta possono contribuire. Sul versante terapeutico i farmaci principali sono gli inibitori di pompa protonica (Ppi), tra i più venduti al mondo. «Sono molecole molto potenti, anche se spesso oggetto di un utilizzo improprio», aggiunge il gastroenterologo. Purtroppo però agiscono solo sul sintomo, tanto che nella maggior parte dei casi dopo un periodo di trattamento il paziente sperimenta una o più recidive. Accanto ai Ppi, utili anche i comuni antiacidi capaci di fungere da barriera difensiva. In ogni caso la stragrande maggioranza dei pazienti può essere trattata dal medico di medicina generale: la diagnosi infatti può essere fatta sulla base dei sintomi. Serve invece lo specialista, e successivamente una gastroscopia, quando sono presenti anche sintomi extradigestivi (ad esempio respiratori) o quando il paziente mostra segni di dimagrimento, anemia o disfagia. «Un caso che merita particolare attenzione è l’esofago di Barrett, la maggiore complicanza del reflusso». Considerata lesione precancerosa, questa patologia comporta una sostituzione dell’epitelio squamoso tipico dell’esofago con epitelio ghiandolare, simile a quello del colon. Possono necessitare di gastroscopia anche i pazienti con specifici fattori di rischio: maschi over 50 con reflusso da più di cinque anni e di razza caucasica.

L’articolo completo su Salute gastrointestinale (inserto di Sette, Corriere della Sera), 31 marzo 2017

A mangiar bene si impara da piccoli

L’obesità infantile è un problema in costante crescita: nella sola Lombardia i bambini in sovrappeso e obesi sono complessivamente circa il 24 per cento. In pratica 135mila bambini, cioè uno su quattro. Fondamentale quindi ripensare all’educazione alimentare dei piccoli: è ormai assodato, ad esempio, che un eccesso di proteine, il consumo di bevande zuccherate e la scarsa presenza di frutta e verdura nella dieta sono sicuramente dannosi. Nonostante anche fattori come la ridotta attività fisica, la genetica, la familiarità e alcune alterazioni ormonali abbiano il loro peso, resta la cattiva alimentazione la prima imputata dell’obesità infantile. Il motivo? Troppo spesso i genitori si preoccupano quando il bambino mangia poco, ma raramente quando mangia troppo. È in particolare l’alimentazione durante i primi mesi di vita a influenzare il futuro rapporto col cibo. Non solo: persino le abitudini alimentari della madre in gravidanza possono rendere il piccolo più predisposto allo sviluppo di malattie in età adulta.

Cosa scegliere per l’alimentazione dei bimbi

Ecco allora qualche consiglio: ne parlo su Integratori e sana alimentazione (inserto di Sette, Corriere della Sera), in edicola il 25 marzo 2017. Per i neonati certamente l’allattamento al seno a richiesta, cioè quando è il bambino a mostrare di averne bisogno, rimane la forma ideale di alimentazione: il latte umano fornisce un apporto nutrizionale ottimale per la crescita e lo sviluppo. L’introduzione di alimenti solidi complementari al latte deve avvenire gradualmente a partire dai sei mesi circa. In generale i cereali sono i primi da introdurre, da mescolare con un po’ di latte e seguiti da passati di verdure, purea di frutta e carne omogeneizzata. In ogni caso il genitore dovrebbe educare il bambino a una dieta equilibrata, non monotona, che alterni ogni giorno tutti i nutrienti in quantità adeguate assicurando la presenza di proteine animali e vegetali, di zuccheri semplici e complessi, di grassi animali e vegetali preferendo l’olio di oliva al burro. Importante anche il giusto apporto di vitamine, minerali e alimenti integrali evitando invece un’eccessiva introduzione di calorie.

L’importanza di mangiare… con le mani

Ma non solo: conta anche come i bambini mangiano. Secondo uno studio dell’Università di Nottingham (Regno Unito) pubblicato su The British medical journal permettere ai bimbi di mangiare con le mani li aiuta a preferire i cibi sani. E, in ultima analisi, a scongiurare il rischio obesità. Alla conclusione i ricercatori sono giunti analizzando le risposte a questionari somministrati ai genitori di 155 bambini dai 20 ai 78 mesi di età circa le abitudini alimentari dei loro piccoli. Risultato: se i 92 bambini a cui veniva regolarmente permesso di mangiare con le mani (modalità definita baby-led approach) mostravano una spiccata capacità di scelta tra le diverse consistenze degli alimenti, quelli imboccati con il cucchiaio si rivelavano invece interessati quasi solo ai cibi dolci. Con conseguenze evidenti sul peso: i ricercatori hanno riscontrato infatti un rapporto di obesi di 8 contro 1 tra i bimbi nutriti con le posate e quelli che mangiano con le mani. «La possibilità di manipolare il cibo, di annusarlo e di infilarselo in bocca senza strumenti estranei», mi ha spiegato Silvia Amendola, psicologa dell’Unità operativa di dietologia clinica presso l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, «spinge il piccolo a un rapporto diretto con l’alimentazione. Spesso inoltre il baby-led approach è utile per affrontare fobie e rifiuti di alcuni tipi di cibi».