Glutine: non c’è solo la celiachia

La celiachia è prodotta da una reazione del sistema immunitario a una proteina presente nei cereali, il glutine, contenuta nel frumento, nel farro, nell’orzo e nella segale. Al glutine si può essere intolleranti (è il caso appunto della celiachia) ma anche soltanto sensibili: si parla in questo secondo caso di gluten sensitivity, una condizione che riguarda fino al 10 per cento della popolazione. La celiachia si manifesta spesso nell’infanzia dopo lo svezzamento e se non viene diagnosticata sono possibili disturbi della crescita e dello sviluppo con sintomi da malassorbimento. Se si sospetta una celiachia, sulla base di sintomi come gonfiore e dolori addominali, diarrea, mal di testa, sonnolenza, rivolgiamoci al medico che ci prescriverà un esame del sangue. Alla positività della ricerca di specifici anticorpi deve seguire un’endoscopia per il prelievo di un frammento dell’intestino: solo questo secondo esame dà una conferma certa. Quanto alla gluten sensitivity i sintomi sono abbastanza simili, anche se scompaiono alla sospensione dell’assunzione di glutine per un paio di mesi.

Dalla diagnosi alla dieta

Le due forme di disturbi correlati al glutine possono potenzialmente causare danni all’apparato digerente, ma dal momento che non esiste una cura definitiva si può solo prevenire la reazione infiammatoria causata dal contatto con il glutine. Pertanto è fondamentale nella celiachia e consigliabile nella gluten sensitivity adottare una dieta senza glutine. Del resto l’infiammazione causata dalla condizione può anche cronicizzarsi causando problemi come osteoporosi, alopecia, artrite reumatoide, infertilità, diabete e condizioni di malassorbimento di sostanze nutritive come ferro, calcio e folati. Oggi esistono in commercio molti prodotti senza glutine come sostituti del pane, pasta e altro ancora. Inoltre ricordiamo che in natura gli alimenti che non contengono glutine all’origine sono molti e possono essere utilizzati per creare numerose ricette per piatti nutrizionalmente corretti: tra questi ci sono il mais, il riso e il grano saraceno. A meno che non si tratti di prodotti specifici, devono essere invece evitati la pasta, i dolci, i biscotti e i farinacei in generale. Lo stesso vale per altri cereali, come l’orzo, la segale, l’avena e il kamut, ma anche per gli alimenti che contengono amido e malto. Attenzione anche ai wurstel e ai formaggi fusi che possono contenere tracce di glutine. Oltre alla presenza del glutine, particolare attenzione va prestata al processo di lavorazione o alla cottura degli alimenti, per evitare la contaminazione.

Polmoni, ecco l’immunoncologia

Risale alla scorsa estate l’approvazione da parte della Commissione europea di pembrolizumab, terapia anti-Pd-1 per pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule. Ma si tratta solo di uno dei numerosi farmaci protagonisti del rivoluzionario capitolo dell’immunoncologia: obiettivo di questo nuovo modo di combattere il tumore è quello di scatenare il sistema immunitario affinché elimini le cellule cancerose. Diversi studi hanno infatti già mostrato come queste molecole si siano dimostrate particolarmente attive nei casi di cancro al polmone e melanoma, ma a beneficiarne potrebbero essere anche altri pazienti come ad esempio quelli affetti da cancro al colon.

Come funziona l’immunoterapia

Le cellule tumorali esprimono spesso recettori cellulari, in particolare Pd-L1, che si legano alle cellule regolatrici della risposta immunitaria del paziente, inibendola. Attraverso la regolazione di questi complessi recettoriali è possibile pertanto riattivare il sistema immunitario e consentirgli riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Numerosi inibitori di questi recettori, gli anticorpi monoclonali inibitori di Pd-1 come il pembrolizumab e di Pd-L1, sono stati sviluppati o sono attualmente oggetto di studi clinici per le diverse forme di tumore del polmone. Ma per ora siamo agli inizi, tutto sommato: solo all’ultimo congresso dell’American society of clinical oncology (Asco) di Chicago sono stati presentati oltre 80 lavori relativi alle sperimentazioni condotte in tutto il mondo per il solo pembrolizumab.

I vantaggi dell’immunoncologia

Va detto che, a prescindere dal principio attivo, l’efficacia dell’immunoterapia nel tumore polmonare si associa anche a una sua maggiore tollerabilità che consente un miglioramento della qualità di vita. E questo nonostante il tempo necessario per osservare i risultati del trattamento sia, nell’immunoterapia, due volte più lungo rispetto alla chemioterapia tradizionale. Al momento molti sono i protocolli di ricerca aperti in Italia per testare il ruolo dell’immunoterapia in prima linea di trattamento. In particolare gli studi si stanno concentrando su tre versanti: l’approccio immunoterapico anti-Pd-1 e Pd-L1 come agente singolo confrontato con la chemioterapia standard nel carcinoma squamoso e nell’adenocarcinoma; l’immunoterapia combinata con chemioterapia confrontata con la sola chemioterapia standard; infine l’immunoterapia anti-Pd-1 e Pd-L1 associata a un immunoterapico anti Ctla-4 confrontata alla chemioterapia standard.

Articolo tratto da Pneumologia e salute respiratoria (inserto di Sette, Corriere della Sera), 24 marzo 2017

Biosimilari nelle ibd: le impressioni

«Sulla base delle evidenze disponibili, due farmaci biosimilari che hanno come target la stessa molecola possono essere considerati equivalenti, in termini di sicurezza ed efficacia, solo se questa equivalenza è stata dimostrata in trial clinici e preclinici». A scrivere queste righe, in uno dei nove pronunciamenti ufficiali destinati a fornire una corretta informazione a medici e pazienti, è il Gruppo italiano per lo studio delle malattie infiammatorie intestinali. Il tema è appunto l’impiego dei biosimilari, farmaci basati su molecole simili ma non uguali a quelle dei farmaci biotecnologici definiti originator. Il vantaggio? Innanzitutto economico: i costi di produzione sono ridotti, con un risparmio per il Sistema sanitario nazionale. I medicinali biologici sono caratterizzati da sostanze attive che derivano da cellule o organismi viventi attraverso l’utilizzo di metodologie biotecnologiche come il dna ricombinante, il controllo dell’espressione genica e tecnologie a base di anticorpi. I biosimilari sono costituiti invece da molecole che riproducono in laboratorio quelle biologiche: la loro funzionalità, come indica lo statement, deve essere testata sotto il profilo dell’efficacia clinica e della sicurezza.

I Biosimilari in gastroenterologia

In particolare nel campo delle malattie infiammatorie intestinali o ibd (morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa) l’utilizzo dei biologici, nello specifico gli anti-Tnfα, rappresentano una grande risorsa clinica. Attualmente è disponibile in terapia un biosimilare capace di riprodurre gli effetti di uno degli anti-Tnfα più impiegati, l’infliximab. Antonio Cuomo, responsabile dell’Ibd center dell’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore (Napoli), mi ha spiegato che la sua esperienza con questo nuovo farmaco è positiva: «I risultati sono sovrapponibili a quelli del farmaco originator: non abbiamo individuato alcun problema, né sotto il profilo dell’efficacia né sotto quello della sicurezza». Nel suo centro Cuomo ha trattato 20 pazienti con biosimilare di cui 7 rappresentano switch, cioè transizioni dall’originator infliximab. «La Campania ha approvato un piano per la sostenibilità economica in sanità», aggiunge Cuomo, «e la nostra decisione di utilizzare il biosimilare va in questa direzione: in questo modo possiamo liberare risorse a favore delle soluzioni terapeutiche innovative». Va però rilevato che esistono talvolta alcune reticenze da parte di alcuni clinici e dei pazienti: «Finché non c’è una legge che impone il passaggio per ragioni economiche difficilmente si cambierà farmaco», conclude Cuomo.

Articolo tratto da Farmaci equivalenti e biosimilari (inserto di Sette, Corriere della Sera), 8 luglio 2016

Punture di insetti: quali i pericoli

Arriva la bella stagione e puntuali fanno la loro comparsa gli insetti, pronti a disturbare le giornate all’aria aperta. Ce n’è per tutti i gusti: api, zanzare, moscerini ma anche ragni e coleotteri. A volte semplicemente fastidiosi e invadenti, altre volte pericolosi per le loro punture. L’allarme lo lancia anche quest’anno FederAsma e Allergie, che in una nota spiega come 9 italiani su 10 almeno una volta nella vita vengano punti da un imenottero, gruppo di insetti di cui fanno parte le vespe. 8 su 100 possono invece sviluppare una vera e propria reazione allergica: «Gli insetti da cui stare alla larga sono api, vespe e calabroni», mi ha spiegato Patrizia Bonadonna, allergologa e immunologa all’Azienda ospedaliera universitaria di Verona: «il loro veleno può essere pericoloso in alcuni soggetti predisposti, e cioè anziani che assumono alcuni farmaci per la pressione e persone affette da mastocitosi, condizione che facilita reazioni allergiche abnormi». Purtroppo non è possibile fare un test per diagnosticare questa sensibilità: la possiamo scoprire solo dopo la prima o la seconda puntura. In ogni caso le reazioni alle punture di insetti sono diverse: «Si va da quelle locali, come l’orticaria e la formazione di rigonfiamenti talvolta anche importanti, a quelle sistemiche: ad esempio alcuni soggetti mostrano gonfiori in parti del corpo anche molto distanti dal luogo della puntura».

Shock anafilattico: come riconoscerlo

Quest’ultimo tipo di reazione può essere un segnale di una preposizione allo shock anafilattico: «Si tratta del tipo di reazione più violenta: va trattato infatti con la somministrazione d’urgenza di adrenalina. In quel caso», avverte Bonadonna, «è fondamentale chiamare subito il 118». In ogni caso chi è predisposto a reazioni allergiche dovrebbe sottoporsi al vaccino contro il veleno da imenotteri che, va detto, non è ancora gratuito in tutte le regioni italiane, come ha fatto notare la stessa FederAsma e Allergie. Quando invece la reazione è lieve, la terapia è a base di pomate cortisoniche e antibiotiche applicate insieme a del ghiaccio per ridurre il gonfiore. In alcuni casi il medico può anche prescrivere antistaminici per bocca.

L’articolo completo su Visto, 30 giugno 2016