Biotech, tra ricerca e investimenti

Spirito di innovazione, eccellenza della ricerca scientifica, visione sul futuro: il nostro Paese ha tutte le carte in regola per poter giocare un ruolo da protagonista nell’ambito delle biotecnologie. È quanto emerge dagli interventi dei relatori presenti a Milano, lo scorso maggio, in occasione dell’assemblea annuale di Assobiotec, l’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, parte di Federchimica. Obiettivo della giornata: fare il punto su quanto è stato messo in atto finora ma soprattutto su cosa ancora è necessario per creare un ecosistema favorevole alla ricerca e all’innovazione biotech, con un occhio rivolto al finanziamento e allo sviluppo industriale. È il presidente Riccardo Palmisano a tirare le somme di quanto svolto in questo primo anno di mandato, illustrandomi le proposte dell’associazione per il prossimo periodo.

Presidente, il sottotitolo dell’assemblea annuale recita Dall’attrazione degli investimenti alla valorizzazione della ricerca innovativa: le sfide che il Paese non può perdere. Investimenti e ricerca sono i due fattori chiave dello sviluppo delle biotech, quindi.
«La ricerca ha un peso assoluto, ma secondo logiche nuove. Oggi le imprese non possono contare solo su competenze interne: occorre cercare le eccellenze nelle università, negli enti di ricerca, e attivare startup. Ma il problema restano gli investimenti: il numero di realtà che si occupano di ricerca, in Italia, è allineato al resto d’Europa tuttavia non decollano per mancanza di fondi: non riusciamo ad attirare capitali di rischio».

Che fare allora?
«Serve più attrattività fiscale: il capitale non deve avere frontiere. Molto è stato fatto con il precedente Governo, ma c’è ancora tanta strada da percorrere. I centri di ricerca italiani sono riconosciuti per qualità a livello mondiale, da un punto di vista scientifico, ma sono ancora poco attrezzati nello sviluppare business plan: occorre quindi formare la figura del ricercatore-imprenditore. Inoltre sono ancora troppo pochi e troppo piccoli i fondi specializzati negli investimenti nel biotech».

Quali sono i settori biotecnologici a oggi più promettenti, nel contesto medicale?
«Uno dei mondi chiave resta quello dell’oncologia e dell’oncoematologia, dove l’obiettivo non è più quello di prolungare la vita del paziente di qualche mese ma di arrivare alla guarigione definitiva. Poi c’è il campo della neurologia e delle malattie neurodegenerative: Alzheimer, sla, sclerosi multipla. Senza dimenticare il capitolo malattie rare, i nuovi farmaci per le epatiti e le biotecnologie per la prevenzione, ovvero i vaccini».

Trova che il tema biotecnologie sia ancora un po’ misconosciuto da parte del grande pubblico?
«Sì: c’è stato un miglioramento nelle conoscenze da parte del pubblico. Lo spauracchio della clonazione non esiste più, ma certamente c’è ancora un lavoro di alfabetizzazione da compiere, anche tra i decisori politici che spesso hanno una conoscenza superficiale del tema. In questo senso anche il ruolo dei media è importante: occorre far comprendere che questa è una tecnologia che viene dalla vita e che non è nemica della vita. Ma serve anche, da parte del grande pubblico, un approccio più fiducioso verso la scienza».

Articolo tratto da Biotecnologie (inserto de Il Sole 24 Ore), 4 luglio 2017

Antibiotici: vero e falso

Raffreddore e influenza? Prendo un antibiotico. Per il 38 per cento degli italiani è questa la cura (sbagliatissima) ai mali di stagione. Un errore non da poco: in questi casi, questi farmaci sono inutili o addirittura controproducenti. Il dato viene da un’indagine sugli antibiotici promossa dalla Commissione europea. Le risposte al questionario composto da quattro domande, sottoposto a partecipanti dei diversi Paesi, sono scoraggianti: solo il 24 per cento ha risposto esattamente a tutte le domande, dato che scende a un esiguo 11 per cento nel nostro Paese. Proprio lo Stivale è il fanalino di coda: «Ancora oggi, in Italia, gli antibiotici sono spesso usati come automedicazione e senza controllo medico», mi ha spiegato Marco Tinelli, segretario della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit).

Gli antibiotici uccidono i virus. FALSO. Gli antibiotici curano le malattie batteriche e non quelle virali, contro le quali si rivelano inefficaci. Per questo non vanno presi in caso di raffreddori o influenze: «L’unica eccezione è la presenza di complicazioni batteriche», spiega Tinelli. Ma anche in questo caso deve essere il medico a prescriverli.

L’assunzione di antibiotici ha spesso effetti collaterali come la diarrea. VERO. I più comuni sono a carico della cute e del tessuto sottocutaneo, come l’orticaria, disturbi gastrointestinali come gastrite, nausea, vomito e diarrea, reazioni di ipersensibilità di vario grado. Nella maggior parte dei casi, però, si tratta di farmaci sicuri a patto che vengano assunti nelle dosi e nei tempi indicati dal medico.

Gli antibiotici possono essere assunti contemporaneamente a qualsiasi altro farmaco. FALSO. Anche in questo caso occorre seguire le indicazioni del medico. «Ad esempio gli antiacidi possono ridurre l’assorbimento degli antibiotici mentre gli inibitori di pompa protonica, prescritti in caso di reflusso gastroesofageo, possono aumentarlo». Anche i medicinali che alterano il ritmo cardiaco e gli antidepressivi sono controindicati con alcuni antibiotici. I cardiopatici che assumono anticoagulanti come il warfarin potrebbero dover effettuare esami del sangue aggiuntivi in caso di trattamento con alcuni antibiotici.

Non bisogna mangiare uova mentre assumiamo antibiotici. FALSO. Si tratta di una vecchia credenza. È invece dimostrato che alcuni antibiotici non devono essere assunti insieme ai latticini in quanto si possono formare dei composti non assorbibili con il calcio. «In ogni caso bisogna seguire le indicazioni del medico circa il momento dell’assunzione: alcuni antibiotici vanno presi prima dei pasti, altri dopo», aggiunge Tinelli.

La terapia antibiotica può essere sospesa prima del termine indicato dal medico appena i sintomi scompaiono. FALSO. La terapia va mantenuta per tutto il periodo prescritto dal medico, anche se già dopo i primi giorni stiamo meglio: solo così siamo sicuri dell’efficacia e riduciamo il rischio di perdita di efficacia. «Va detto però che oggi, per evitare di causare resistenza agli antibiotici, i cicli prescritti sono più brevi», aggiunge Tinelli. «Alcuni vanno assunti per soli 3 o 5 giorni, o anche meno».

Gli antibiotici non sono “intercambiabili” tra di loro. VERO. Seguiamo sempre l’indicazione del medico ed evitiamo di assumere antibiotici che ci sono rimasti in casa, magari avanzati da un precedente ciclo interrotto prima del tempo.

L’articolo completo su Diva e Donna, 18 ottobre 2016

Biosimilari nelle ibd: le impressioni

«Sulla base delle evidenze disponibili, due farmaci biosimilari che hanno come target la stessa molecola possono essere considerati equivalenti, in termini di sicurezza ed efficacia, solo se questa equivalenza è stata dimostrata in trial clinici e preclinici». A scrivere queste righe, in uno dei nove pronunciamenti ufficiali destinati a fornire una corretta informazione a medici e pazienti, è il Gruppo italiano per lo studio delle malattie infiammatorie intestinali. Il tema è appunto l’impiego dei biosimilari, farmaci basati su molecole simili ma non uguali a quelle dei farmaci biotecnologici definiti originator. Il vantaggio? Innanzitutto economico: i costi di produzione sono ridotti, con un risparmio per il Sistema sanitario nazionale. I medicinali biologici sono caratterizzati da sostanze attive che derivano da cellule o organismi viventi attraverso l’utilizzo di metodologie biotecnologiche come il dna ricombinante, il controllo dell’espressione genica e tecnologie a base di anticorpi. I biosimilari sono costituiti invece da molecole che riproducono in laboratorio quelle biologiche: la loro funzionalità, come indica lo statement, deve essere testata sotto il profilo dell’efficacia clinica e della sicurezza.

I Biosimilari in gastroenterologia

In particolare nel campo delle malattie infiammatorie intestinali o ibd (morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa) l’utilizzo dei biologici, nello specifico gli anti-Tnfα, rappresentano una grande risorsa clinica. Attualmente è disponibile in terapia un biosimilare capace di riprodurre gli effetti di uno degli anti-Tnfα più impiegati, l’infliximab. Antonio Cuomo, responsabile dell’Ibd center dell’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore (Napoli), mi ha spiegato che la sua esperienza con questo nuovo farmaco è positiva: «I risultati sono sovrapponibili a quelli del farmaco originator: non abbiamo individuato alcun problema, né sotto il profilo dell’efficacia né sotto quello della sicurezza». Nel suo centro Cuomo ha trattato 20 pazienti con biosimilare di cui 7 rappresentano switch, cioè transizioni dall’originator infliximab. «La Campania ha approvato un piano per la sostenibilità economica in sanità», aggiunge Cuomo, «e la nostra decisione di utilizzare il biosimilare va in questa direzione: in questo modo possiamo liberare risorse a favore delle soluzioni terapeutiche innovative». Va però rilevato che esistono talvolta alcune reticenze da parte di alcuni clinici e dei pazienti: «Finché non c’è una legge che impone il passaggio per ragioni economiche difficilmente si cambierà farmaco», conclude Cuomo.

Articolo tratto da Farmaci equivalenti e biosimilari (inserto di Sette, Corriere della Sera), 8 luglio 2016