Atrofia vaginale, terapie “naturali”

Una donna su due in menopausa presenta atrofia vulvovaginale. Di queste, un 20-25 per cento in modo moderato o severo. «Parliamo di un’epidemia», mi ha spiegato Rossella Nappi, docente di ostetricia e ginecologia all’Università degli studi di Pavia in un pezzo uscito su Salute della donna (inserto di Io Donna, Corriere della Sera), il 29 aprile 2017. «Si tratta di una degenerazione dei tessuti dei genitali femminili provocata dalla carenza di estrogeni ma anche dal naturale processo di invecchiamento». La condizione si inserisce nel ventaglio di sintomi del climaterio, che comprendono anche disturbi neurovegetativi come irritabilità e vampate di calore. «Questi sono presenti nel 75 per cento delle donne, nel 25 per cento dei casi in forma moderata o severa soprattutto in pazienti magre, fumatrici o che sono entrate in menopausa precocemente».

La diagnosi è semplice

Spesso i sintomi della menopausa sono sottovalutati. Tuttavia se vampate e irritabilità frequentemente si riducono con il passare degli anni, l’atrofia vulvovaginale no: «Purtroppo questa condizione non è transitoria, ma anzi tende a peggiorare», aggiunge Nappi. E poi esiste ancora un certo tabù, sul tema: «Le donne non ne parlano con il ginecologo, il quale del resto non chiede», aggiunge la ginecologa. Le ragioni sono diverse: l’imbarazzo a parlare di sesso in età non più giovane e l’erronea convinzione che si tratti di un problema passeggero e meno importante rispetto alle altre problematiche della menopausa. «Eppure da una semplice visita il medico può diagnosticare l’atrofia vulvovaginale». La conseguenza principale di questo disturbo è il dolore durante i rapporti sessuali, che così spesso calano: secondo dati recenti, una coppia su cinque dopo i cinquant’anni interrompe i rapporti con penetrazione.

Terapie non ormonali

Eppure le terapie ci sono, prima tra tutte quella ormonale sostitutiva e poi quelle locali. Se le prime sono ancora oggetto di false credenze circa la loro pericolosità, le seconde sono spesso poco gradite: «Creme e ovuli sono percepiti come fastidiosi e imbarazzanti», continua Nappi. Una soluzione viene dalle terapie sostitutive non ormonali che agiscono sulle cellule responsabili della modulazione ormonale migliorando il trofismo dei tessuti: «Principi attivi come l’ospemifene sono adatti alle donne con storie di tumori, per le quali le terapie ormonali sono vietate, ma non solo». Forti di un’efficacia ormai dimostrata, i rimedi non ormonali sono oggi apprezzati anche da molte altre donne come valido rimedio per prevenire e contrastare l’atrofia vulvovaginale.

Adolescenti, pericolo hiv (e non solo)

Adolescenti e sesso, è pericolo infezioni. Secondo una ricerca condotta dal Censis con il supporto della casa farmaceutica Sanofi Pasteur Msd e presentata il mese scorso, il 92,9 per cento degli intervistati afferma di stare attento a evitare gravidanze indesiderate. Tuttavia se il 74,5 per cento dice di proteggersi dalle infezioni sessualmente trasmesse, afferma di usare il profilattico soltanto il 70,7 per cento. Ma c’è di peggio: un preoccupante 17,6 per cento di giovani è convinto di potersi proteggere dalle malattie usando la pillola anticoncezionale. «Oggi la prima volta degli adolescenti avviene più frequentemente all’interno di una relazione», mi ha detto Roberta Rossi, sessuologa della Federazione italiana di sessuologia scientifica. «C’è quindi meno desiderio di fare sesso con totali estranei, forse perché la liberazione sessuale è data per scontata». D’altro canto a ciò si contrappone la scarsa attenzione ai rischi sanitari: «La relazione dà sicurezza e questo tende a far dimenticare i rischi di contagio, che pur esistono». Non stupisce quindi che la malattia a trasmissione sessuale più citata dai ragazzi sia l’aids ma che solo il 23,1 per cento citi la sifilide e il 15,6 il Papillomavirus, causa anche di tumori. Decisamente preoccupante infine quel 6,2 per cento di ragazzi che dice di non aver mai sentito parlare di malattie a trasmissione sessuale.

L’importanza dell’educazione sessuale

Parlare di sessualità con i più giovani è quindi importante per le ricadute di salute pubblica, ma non solo. Affrontare serenamente il primo rapporto ha un’importante ricaduta sulla sessualità adulta: una sorta di imprinting che, nel bene e nel male, segna il nostro modo di affrontare il corpo dell’altro per tutta la vita. Lo ha dimostrato una ricerca pubblicata nel 2013 sul Journal of Sex & Marital Therapy e condotta da Matthew Shaffer dell’Università del Tennessee e da Veronica Smith dell’Università del Mississippi (Usa). Studiando le risposte a questionari sulla prima volta e sulla vita sessuale adulta di 331 giovani uomini e donne, i ricercatori hanno dimostrato come le persone che si dichiarano piò soddisfatte dalla loro prima volta vivono la propria vita sessuale in modo più appagante mentre chi ricorda con ansia e negatività il primo rapporto sessuale sperimenta più disagio anche da adulto. Anche per questo aiutare i ragazzi in questo delicato momento è quanto mai importante.

L’articolo completo su Airone, marzo 2017