Sofferenza sulla pelle

C’è una malattia cronica che fa paura non solo per le sue conseguenze, ma anche per lo stigma sociale che genera: è la psoriasi. Patologia della pelle che causa lesioni, spesso pruriginose e accompagnate da desquamazioni e pustole, è infatti una condizione che oltre alla gravità intrinseca è causa di imbarazzo, paure (ingiustificate) di contagio, vergogna. «Il Italia colpisce il 3 per cento della popolazione», mi ha spiegato Antonio Costanzo, dermatologo presso l’Istituto Clinico Humanitas e docente presso Humanitas University di Rozzano (Milano). «Di queste persone, il 30 per cento è affetto dalla forma grave». Una di queste è una paziente romana che ha accettato di raccontarmi la sua storia sul numero di marzo 2018 di BenEssere.

Chi colpisce maggiormente

La malattia riguarda entrambi i sessi, anche se le forme più severe colpiscono soprattutto uomini. «Le lesioni possono manifestarsi ovunque sul corpo, anche se in alcune forme è prevalente l’interessamento a livello di gomiti, ginocchia, cuoio capelluto e glutei. Nella psoriasi detta “inversa”, invece, le lesioni si formano inizialmente nelle pieghe della pelle come ascelle e inguine». La maggior parte delle forme di psoriasi è autoimmune: la causa è un malfunzionamento del sistema immunitario che riconosce alcune cellule della pelle come corpi estranei e pertanto le attacca, creando l’infiammazione che dà origine alle manifestazioni cutanee. «Esiste una forma artropatica, chiamata artrite psoriasica, che colpisce anche le articolazioni». Non è ancora nota una singola causa della malattia, anche se sembra possano concorrere fattori ambientali, genetici e persino metabolici.

La rivoluzione dei biologici

Fortunatamente contro la psoriasi oggi si può fare molto: accanto alle terapie topiche, come pomate e unguenti, ci sono i farmaci per via orale come corticosteroidi e immunosoppressori. La vera svolta è però arrivata con l’avvento dei farmaci biotecnologici, che entrano in gioco quando le altre terapie si sono dimostrati non abbastanza efficaci. «Sono farmaci in origine sviluppati per alcune malattie reumatologiche ma che hanno dimostrato una grande efficacia nel ridurre le manifestazioni della psoriasi agendo sulle sostanze che causano l’infiammazione a livello sistemico». Sono terapie ormai sempre più efficaci: quelle di ultimissima generazione mostrano ancora meno effetti collaterali dei precedenti e sono sempre più specifiche per questa patologia. «Oggi le percentuali di remissione, parziale e totale, sono sempre più alte», conclude Costanzo.

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Vertigini? Niente panico

Una sensazione di instabilità e improvvisamente la stanza sembra girarci attorno fino. A volte, arriviamo a perdere l’equilibrio. Le vertigini sono un sintomo diffuso e certamente sempre causa di ansia per il paziente: e se fosse qualcosa di grave che ha colpito il nostro cervello? I medici ci rassicurano: nella stragrande maggioranza dei casi i giramenti di testa non sono prodotti da condizioni gravi. «Il paziente va comunque esaminato per escludere quei rari casi in cui la vertigine è dovuta a problemi vascolari o a carico del sistema nervoso centrale», mi ha spiegato Roberto Teggi, otorinolaringoiatra presso l’Ospedale San Raffaele di Milano. Normalmente già il medico di base è in grado di indirizzare il paziente all’attenzione dello specialista: se infatti le vertigini sono prodotte da patologie neurologiche questo spesso non riesce a stare in piedi, mentre se la causa è legata a un malfunzionamento del vestibolo (la parte dell’orecchio interno che controlla l’equilibrio) il soggetto riesce, anche se con difficoltà, a mantenersi in posizione verticale.

Quanto durano le tue vertigini?

Pertanto se è esclusa una causa cerebrale, sarà l’otorinolaringoiatra ad approfondire il problema. «A orientare il medico sono spesso già soltanto numero e durata degli episodi di vertigine sperimentati dal paziente», spiega Teggi. Quando si tratta di episodi ripetuti ma della durata inferire al minuto siamo generalmente di fronte alla cosiddetta vertigine parossistica posizionale, quando la durata è di pochi minuti è più probabile che la causa sia un’emicrania vestibolare, cioè un particolare tipo di cefalea, quando dura ore ci possiamo trovare davanti a un caso di sindrome di Menière mentre un singolo episodio di vertigine della durata di giorni può far pensare a una neurite vestibolare, comunemente (e non sempre correttamente) detta labirintite.

La più frequente è la meno pericolosa

Tra tutte queste condizioni la più frequente, ma anche la meno pericolosa, è la prima: «La vertigine parossistica posizionale, nota anche come cupololitiasi, si stima possa riguardare tra il 2 e il 3 per cento della popolazione. Nel 50 per cento dei casi può ripresentarsi nel corso della vita, è più frequente negli anziani ma può colpire a tutte le età e in particolare il sesso femminile e i pazienti emicranici», dice l’otorino. La sintomatologia è caratteristica: il paziente sperimenta forti vertigini con la percezione di vedere la stanza attorno a sé muoversi vorticosamente per pochi secondi, è instabile e spaventato. Questa vertigine è provocata sempre e solo dal cambiamento di posizione, in particolare quando ci si alza o ci si corica a letto oppure girandoci su un fianco. «A causare questa condizione è uno spostamento degli otoliti, i “sassolini” presenti all’interno del vestibolo che consentono al cervello di percepire gli spostamenti e quindi di restare in equilibrio», dice Teggi. Non sappiamo cosa produca o favorisca questo spostamento degli otoliti, tuttavia è sempre possibile ristabilirne la corretta posizione con una manovra che l’otorino esegue in ambulatorio sul lettino.

punto esclamativoUna manovra per farle passare. Nella maggioranza dei casi le vertigini sono prodotte da un malposizionamento degli otoliti, i “sassolini” che nell’orecchio interno consentono al cervello, grazie al loro movimento, di controllare posizione e movimento del corpo. Per diagnosticare la cupololitiasi l’otorino esegue la manovra di Semont: corica rapidamente il paziente, inizialmente seduto sul lettino, prima su un lato e poi sull’altro osservandone contemperamene gli occhi. Se si tratta di cupololitiasi, questi si muovono rapidamente: è il cosiddetto nistagmo. La manovra è anche terapeutica: eseguita alcune volte in giorni successivi consente il riposizionamento degli otoliti e la fine delle vertigini.

L’articolo completo su Diva e Donna, 20 febbraio 2018

Occhio al cuore!

In Italia, secondo dati Istat relativi al 2014, le malattie ischemiche del cuore, quelle cerebrovascolari, le altre patologie cardiache e le malattie ipertensive hanno causato nel loro insieme più di 200mila decessi classificandosi tra le prime cinque cause di morte nella popolazione generale. Ma c’è una buona notizia: possono essere prevenute. L’American heart association ha individuato i principali fattori di rischio per il cuore. Fattori che, fortunatamente, sono modificabili: basta volerlo. Saperli tenere sotto controllo permette di scongiurare inoltre il rischio di aterosclerosi, cioè l’alterazione della parete delle arterie dovuta, tra l’altro, all’accumulo di colesterolo. Meno dell’un per cento degli americani però li tiene monitorati tutti. In Italia le cose vanno un po’ meglio, ma c’è ancora molto da fare.

Lo stile di vita che vuole bene al cuore

Primo tra tutti i fattori da tenere sotto controllo per la salute del cuore e del sistema cardiocircolatorio è l’ipertensione. Alti valori di pressione del sangue aumentano il rischio di ictus e malattie cardiache. I farmaci sono un aiuto, ma prima occorre perdere il peso in eccesso e svolgere una regolare attività fisica. A volte basta poco: ad esempio fare le scale a piedi. Certamente però lo sport fa meglio. Ad esempio il nuoto: non c’è studio che non sottolinei i benefici di questo sport. Solo 30 minuti di attività fisica in acqua due volte la settimana riescono a ridurre considerevolmente il rischio di malattie cardiovascolari. Nuotare è un’attività fisica di resistenza che, inducendo meccanismi metabolici aerobici, aiuta il cuore ad abbassare la sua frequenza cardiaca media. Una recente indagine della South California University ha addirittura ipotizzato un sensibile calo del rischio di morte nei soggetti che si dedicano allo sport in acqua, rispetto a quanti scelgono corsa o camminata.

Cibi consentiti, cibi da evitare

Ma non solo: mangiare lentamente aiuta a mantenersi in forma e riduce il rischio di sovrappeso e obesità. Del resto assaporare i cibi e masticare a lungo permette ai recettori del gusto di inviare al cervello il “messaggio di sazietà”. Importante poi è aumentare il consumo di frutta fresca, verdure e ortaggi di tutti i tipi, privi di grassi e ricchi di vitamine, minerali e fibre e incrementare l’introito di legumi, come fagioli, piselli, ceci, fave e lenticchie. C’è da dire che oggi molte sono le iniziative per sensibilizzare alla salute cardiovascolare grazie alla corretta alimentazione. Recentemente è nato Cuoriamoci.it, minisito dedicato alla campagna Cuoriamoci, piccoli gesti per la salute del cuore promossa da Fondazione italiana per il cuore in collaborazione con la Società italiana di scienza dell’alimentazione e il supporto non condizionato di Parmalat. Obiettivo: sensibilizzare gli italiani sull’importanza di prendersi cura del benessere del proprio cuore grazie a piccoli e semplici gesti quotidiani. All’interno un utile test per mettere in luce buone e cattive abitudini che possono influire sulla salute del nostro cuore. In fondo basta poco per ridurre i fattori di rischio.

Pertosse, il vaccino è “materno”

Quando pensiamo alla pertosse ci vengono in mente immagini di un passato lontano, eppure si tratta di una patologia ancora presente in Italia. Malattia infettiva estremamente contagiosa prodotta dal batterio Bordetella pertussis, ogni anno è responsabile di migliaia di contagi al mondo molti dei quali riguardano bambini. Nonostante i meccanismi patogenetici di questa infezione non siano ancora del tutto chiari, sono invece ben note le complicanze: contrariamente al luogo comune, la pertosse non causa solo tossi persistenti e molto debilitanti per i piccoli. Oltre a gravi difficoltà respiratorie ed episodi di apnea, la pertosse può produrre infatti disturbi neurologici, problemi digestivi, disregolazione nella produzione di insulina e diverse sovrainfezioni come polmoniti, broncopolmoniti, otiti, encefaliti che possono portare anche a danni cerebrali permanenti.

Una malattia potenzialmente fatale

Inoltre, se contratta nei primi mesi di vita questa patologia può essere molto grave: da un’analisi condotta nel nostro Paese su 7.102 ricoveri ospedalieri per pertosse in tutte le fasce d’età nel periodo 2001-2014 è emerso che il 63,6 per cento dei pazienti erano bambini di meno di un anno di vita. Per i più piccoli le conseguenze possono essere persino fatali, con una mortalità importante: solo nel Regno Unito tra il 2001 e il 2011 sono stati registrati 48 decessi di bambini con meno di un anno di vita da complicanze della pertosse. Purtroppo anche nei Paesi sviluppati si è assistito, nel corso degli ultimi anni, a un ritorno importante di questa malattia. Ciò richiede il ricorso a un incremento delle vaccinazioni.

La protezione viene dalla mamma

La prima dose è somministrata all’età di tre mesi: prima infatti il sistema immunitario dei piccoli non è ancora in grado di rispondere al vaccino. Ciò significa che i neonati di meno di tre mesi non sono protetti e dunque possono ammalarsi. Per questa ragione la strategia consigliata consiste nel vaccinare la madre durante la gestazione: questa protezione, che copre ovviamente anche la donna, è in grado infatti di trasferirsi al nascituro. Il momento migliore per vaccinarsi è tra la 28esima e la 32esima settimana, quando l’efficacia del vaccino si aggira attorno al 93 per cento. La protezione contro la pertosse è gratuita, in Italia, per tutte le mamme in gravidanza ed è costituita da un vaccino adsorbito, cioè a ridotto contenuto di antigeni, che è contemporaneamente antidifterico, antitetanico e antipertossico. Indagini hanno inoltre confermato a più riprese la sicurezza di questo vaccino, tanto per la donna quanto per il feto. Del resto gli effetti indesiderati sono generalmente lievi: gonfiore nell’area di iniezione, rossore e leggero dolore. Insomma, nessuna ragione per evitare di vaccinarsi.

Cancro e adolescenza: una storia

Scoprire da adolescente di avere un tumore raro, un osteosarcoma di Ewing all’osso di una gamba, non è cosa semplice: «Andavo in minimoto e un giorno, scendendo di sella, ebbi un forte dolore. Tempo dopo correndo la stessa gamba cedette», mi ha detto Ivan Pedroni, oggi ventiduenne, che su BenEssere di febbraio mi ha raccontato la sua storia. Non occorre essere medici per capire che qualcosa non va, quando in una lastra vedi una macchia nera. E infatti dopo una risonanza magnetica e una biopsia arrivarono una diagnosi angosciante e la paura. Ma solo per i suoi genitori: «Io mi sentivo indifferente, stranamente calmo», ricorda Ivan. In otto mesi, da gennaio a settembre del 2011, Ivan ha visto chemioterapia, radioterapia, più interventi chirurgici e soprattutto l’esperienza dell’isolamento necessario ad affrontare l’immunosoppressione. «Per un mese guardavo i parenti da una finestra nella mia stanza, parlavo loro in un citofono e toccavo solo oggetti sterilizzati». Però basta guardare il mondo da una prospettiva diversa: «È stato pesante, ma almeno sono dimagrito: prima ero sovrappeso». In una frase, uno spiazzante insegnamento per chiunque si lamenti per le più piccole banalità di tutti i giorni.

Cosa sono i tumori di Ewing

I tumori di Ewing possono colpire aree diverse del corpo e possono insorgere a tutte le età, ma prevalentemente nei bambini e negli adolescenti: questo li rende crudeli. La maggior parte di queste neoplasie colpisce le ossa, soprattutto quelle di bacino, torace e gambe. Il sintomo principale è il dolore. Per arrivare alla diagnosi si parte in genere da una radiografia, una risonanza magnetica o una Tc. Anche la scintigrafia ossea e la Pet aiutano a stabilire se il tumore si è diffuso in altre regioni del corpo. Ovviamente però è la biopsia a dare la certezza della diagnosi. I tumori di Ewing sono piuttosto rari: importante quindi rivolgersi a centri specializzati. Le terapie possono includere chirurgia, chemioterapia e radioterapia e, nei casi che non rispondono alle cure, è possibile il trapianto di cellule staminali. Oggi sono disponibili inoltre nuovi farmaci biologici che riconoscono una specifica molecola presente nelle sole cellule malate.

Crescere grazie alla malattia

Quel che è certo è che vivere l’esperienza del cancro da adolescenti ti segna. Tanto che solo chi ha vissuto una storia come questa può capire: «Quando incontro ex compagni di reparto è come ritrovarsi, siamo fratelli ormai», dice Ivan. Così, tempo dopo la guarigione, ha deciso di partecipare a un’iniziativa organizzata dall’Associazione bambino emopatico, presso gli Spedali civili di Brescia: due giorni di navigazione sul lago di Garda a bordo di un veliero in compagnia di altri giovani degenti. «È stato fantastico, mi sono sentito libero insieme alle sole persone che mi possono capire».

Un percorso di accompagnamento

La gita ha fatto parte del progetto Vivere l’adolescenza con il cancro, voluto dall’Associazione bambino emopatico di Brescia e premiato con i Community Award Gilead. Percorso di sostegno rivolto ad adolescenti affetti da patologie tumorali, il progetto ha coinvolto i ragazzi dapprima con incontri psicologici e poi, a settembre 2015, con una tre giorni di navigazione sul lago di Garda a bordo di un veliero. Accompagnati da due psicologhe e un’infermiera, i ragazzi idonei a partecipare da un punto di vista clinico hanno vissuto un’esperienza che ha permesso loro di riscoprire il piacere dello stare insieme e di rinsaldare i rapporti di amicizia nati in corsia. «La cosa più bella», mi ha detto Simonetta Coppini, psicologa e coordinatrice del progetto, «è che al termine del percorso il gruppo era ancora più forte e coeso: i ragazzi continuano a vedersi fuori dall’ospedale». Ancora oggi che sono guariti e hanno ripreso in mano le loro vite tra loro continuano a chiamarsi “i ragazzi del veliero”.