Polmoni, ecco l’immunoncologia

Risale alla scorsa estate l’approvazione da parte della Commissione europea di pembrolizumab, terapia anti-Pd-1 per pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule. Ma si tratta solo di uno dei numerosi farmaci protagonisti del rivoluzionario capitolo dell’immunoncologia: obiettivo di questo nuovo modo di combattere il tumore è quello di scatenare il sistema immunitario affinché elimini le cellule cancerose. Diversi studi hanno infatti già mostrato come queste molecole si siano dimostrate particolarmente attive nei casi di cancro al polmone e melanoma, ma a beneficiarne potrebbero essere anche altri pazienti come ad esempio quelli affetti da cancro al colon.

Come funziona l’immunoterapia

Le cellule tumorali esprimono spesso recettori cellulari, in particolare Pd-L1, che si legano alle cellule regolatrici della risposta immunitaria del paziente, inibendola. Attraverso la regolazione di questi complessi recettoriali è possibile pertanto riattivare il sistema immunitario e consentirgli riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Numerosi inibitori di questi recettori, gli anticorpi monoclonali inibitori di Pd-1 come il pembrolizumab e di Pd-L1, sono stati sviluppati o sono attualmente oggetto di studi clinici per le diverse forme di tumore del polmone. Ma per ora siamo agli inizi, tutto sommato: solo all’ultimo congresso dell’American society of clinical oncology (Asco) di Chicago sono stati presentati oltre 80 lavori relativi alle sperimentazioni condotte in tutto il mondo per il solo pembrolizumab.

I vantaggi dell’immunoncologia

Va detto che, a prescindere dal principio attivo, l’efficacia dell’immunoterapia nel tumore polmonare si associa anche a una sua maggiore tollerabilità che consente un miglioramento della qualità di vita. E questo nonostante il tempo necessario per osservare i risultati del trattamento sia, nell’immunoterapia, due volte più lungo rispetto alla chemioterapia tradizionale. Al momento molti sono i protocolli di ricerca aperti in Italia per testare il ruolo dell’immunoterapia in prima linea di trattamento. In particolare gli studi si stanno concentrando su tre versanti: l’approccio immunoterapico anti-Pd-1 e Pd-L1 come agente singolo confrontato con la chemioterapia standard nel carcinoma squamoso e nell’adenocarcinoma; l’immunoterapia combinata con chemioterapia confrontata con la sola chemioterapia standard; infine l’immunoterapia anti-Pd-1 e Pd-L1 associata a un immunoterapico anti Ctla-4 confrontata alla chemioterapia standard.

Articolo tratto da Pneumologia e salute respiratoria (inserto di Sette, Corriere della Sera), 24 marzo 2017

Mediterranea, l’unica vera dieta

A dicembre ci ha pensato la Società italiana di diabetologia (Sid) a schierarsi contro i ciarlatani delle diete dimagranti. «Non esiste alcune legame», ha scritto Rosalba Giacco, redattrice del documento prodotto dalla Sid ed esperta di nutrizione, «tra allergie alimentari e sovrappeso». La presa di posizione parte dalla moda delle diete che si basano sulle intolleranze: si tratterebbe di prescrizioni senza alcun fondamento eseguite sulla base di «pseudo-intolleranze diagnosticate con i metodi più fantasiosi». Queste metodologie, come il dosaggio degli anticorpi IgG4 alimento-specifici, non sono riconosciute dalla letteratura scientifica: «La positività al test», prosegue Giacco, «non indica infatti una condizione di allergia o intolleranza alimentare, ma una semplice risposta fisiologica del sistema immunitario all’esposizione ai componenti presenti negli alimenti».

Necessità o moda?

A oggi però il business delle diete dimagranti continua a essere importante, forte di una certa credulità e di un oggettivo problema di peso in eccesso che tuttavia dovrebbe essere affrontato con ben maggiore serietà. Del resto secondo il rapporto Osservasalute 2015, che riprende dati Istat del 2014, è in sovrappeso un 36,2 per cento della popolazione italiana ed è obeso il 10,2 per cento. Se è vero che siamo ciò che mangiamo, come diceva il filosofo Ludwig Feuerbach nei primi dell’Ottocento, dobbiamo quindi iniziare a curarci seriamente proprio partendo dalla tavola: «Le linee guida internazionali per la prevenzione delle patologie attraverso la nutrizione sottolineano come tutti i nutrienti debbano essere assunti attraverso l’alimentazione», mi ha detto nel corso di un’intervista Anna Villarini, biologa e specialista in scienza dell’alimentazione presso l’Istituto dei tumori di Milano. Questo significa che gli integratori e i cibi arricchiti, come ad esempio quelli a cui vengono aggiunti calcio, ferro o fibre, sono utili solo quando un medico diagnostica una carenza alimentare non correggibile solamente con un’alimentazione corretta. «In una persona in salute, invece, sono inutili se non dannosi: prendere pastiglie di vitamina C non sarà mai come bere spremute d’arancia».

L’unica vera dieta, quella mediterranea

Un consiglio che va bene per tutti, però, c’è e viene dal nostro Paese: la dieta mediterranea. «Non si tratta di sciovinismo: il primo a parlare dei benefici dell’alimentazione seguita nell’Italia del sud fu un americano, Ancel Keys, nel secondo Dopoguerra», precisa Villarini. Il medico statunitense, che per decenni visse in provincia di Salerno, scoprì infatti come l’alimentazione estremamente povera del Cilento era correlata a una ridotta mortalità per patologie cardiocircolatori rispetto all’opulenta America. A sessant’anni dall’intuizione di Keys, questa dieta è ancora oggi considerata dai ricercatori di tutto il mondo la migliore strategia alimentare per la prevenzione di tumori e malattie cardiovascolari, a oggi prime cause di morte nei Paesi occidentali. Uno studio di qualche anno fa condotto dalla Sahlgrenska Academy di Göteborg (Svezia) aveva mostrato ad esempio come tra gli svedesi che seguono questo regime l’aspettativa di vita è superiore del 20 per cento rispetto a chi segue abitudini alimentari scandinave. Eppure sono gli stessi dati Istat del 2014 a dirci che in Italia regioni a più alto tasso di persone in sovrappeso oppure obese sono Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Calabria. Perché proprio i luoghi dove si dovrebbe mangiare meglio? «Perché la dieta mediterranea non è più seguita da nessuno, stravolta prima dall’abuso di formaggi come le mozzarelle e poi dall’eccessivo consumo di prodotti dolciari industriali, di snack salati e di bevande zuccherate», conclude Villarini. Tanto che a fare le spese del sovrappeso, proprio al Sud, sono oggi soprattutto i bambini con tassi di obesità infantile incredibilmente alti: secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità contenuti nel report OKkio alla salute nella sola Campania i bambini di 8 e 9 anni sovrappeso oppure obesi erano, nel 2014, il 47,8 per cento.

Adolescenti, pericolo hiv (e non solo)

Adolescenti e sesso, è pericolo infezioni. Secondo una ricerca condotta dal Censis con il supporto della casa farmaceutica Sanofi Pasteur Msd e presentata il mese scorso, il 92,9 per cento degli intervistati afferma di stare attento a evitare gravidanze indesiderate. Tuttavia se il 74,5 per cento dice di proteggersi dalle infezioni sessualmente trasmesse, afferma di usare il profilattico soltanto il 70,7 per cento. Ma c’è di peggio: un preoccupante 17,6 per cento di giovani è convinto di potersi proteggere dalle malattie usando la pillola anticoncezionale. «Oggi la prima volta degli adolescenti avviene più frequentemente all’interno di una relazione», mi ha detto Roberta Rossi, sessuologa della Federazione italiana di sessuologia scientifica. «C’è quindi meno desiderio di fare sesso con totali estranei, forse perché la liberazione sessuale è data per scontata». D’altro canto a ciò si contrappone la scarsa attenzione ai rischi sanitari: «La relazione dà sicurezza e questo tende a far dimenticare i rischi di contagio, che pur esistono». Non stupisce quindi che la malattia a trasmissione sessuale più citata dai ragazzi sia l’aids ma che solo il 23,1 per cento citi la sifilide e il 15,6 il Papillomavirus, causa anche di tumori. Decisamente preoccupante infine quel 6,2 per cento di ragazzi che dice di non aver mai sentito parlare di malattie a trasmissione sessuale.

L’importanza dell’educazione sessuale

Parlare di sessualità con i più giovani è quindi importante per le ricadute di salute pubblica, ma non solo. Affrontare serenamente il primo rapporto ha un’importante ricaduta sulla sessualità adulta: una sorta di imprinting che, nel bene e nel male, segna il nostro modo di affrontare il corpo dell’altro per tutta la vita. Lo ha dimostrato una ricerca pubblicata nel 2013 sul Journal of Sex & Marital Therapy e condotta da Matthew Shaffer dell’Università del Tennessee e da Veronica Smith dell’Università del Mississippi (Usa). Studiando le risposte a questionari sulla prima volta e sulla vita sessuale adulta di 331 giovani uomini e donne, i ricercatori hanno dimostrato come le persone che si dichiarano piò soddisfatte dalla loro prima volta vivono la propria vita sessuale in modo più appagante mentre chi ricorda con ansia e negatività il primo rapporto sessuale sperimenta più disagio anche da adulto. Anche per questo aiutare i ragazzi in questo delicato momento è quanto mai importante.

L’articolo completo su Airone, marzo 2017

Come funziona il prurito?

Ognuno di noi possiede neuroni sensoriali collocati nel midollo spinale dotati di propaggini sensitive (i dendriti) che si estendono fino alla cute. In caso di prurito, questi liberano un neurotrasmettitore che invia al cervello il segnale che ci spinge a grattarci. Fu Herman Handwerker, fisiologo dell’università di Erlangen-Nürnberg (Germania), a scoprire che il prurito ha una sua linea nervosa preferenziale lungo la quale il messaggio viaggia a poco meno di due chilometri orari. Handwerker scoprì inoltre che alcuni recettori del prurito sono sensibili anche al calore: questo spiega perché le aree del corpo più soggette al prurito sono proprio quelle calde e umide. Ma cosa causa il prurito?

1. Contatto con sostanze o materiali irritanti: stimolando la pelle a produrre istamina, il mediatore chimico coinvolto nelle reazioni infiammatorie e allergiche, producono immediato prurito. Succede ad esempio con il contatto con le ortiche;
2. Scarsa ossigenazione dei tessuti: avviene ad esempio nelle zone della pelle a contatto con un elastico stretto, come quello dei calzini o degli slip;
3. Eccessivo afflusso di sangue: ad esempio dopo una scottatura solare che provoca arrossamento;
4. Lieve stimolazione della cute: non è un vero prurito, anche se ci spinge a grattarci. Ad esempio succede se passiamo una piuma sulla pelle: questa attiva le fibre nervose che avvolgono la radice dei peli per rivelarne i movimenti ingannando così il cervello, che percepisce una stimolazione analoga a quella del prurito.

Il sottile confine tra dolore e piacere

Tuttavia è percezione comune che il prurito è una percezione imparentata tanto con il dolore quanto con il piacere: «La sensazione pruriginosa», mi ha spiegato Mariella Fassino, docente di dermatologia psicosomatica all’Università di Torino, «è veicolata dalla pelle al cervello attraverso le stesse fibre nervose che veicolano il dolore». Tuttavia grattarci provoca anche piacere, ma non solamente per la soppressione del prurito: la serotonina è infatti il mediatore biochimico responsabile del benessere. «Il prurito è infatti una sensazione ambigua, a metà tra gratificazione e frustrazione. Gli studi di neuroimaging ci mostrano che le aree cerebrali associate a emozioni spiacevoli diventano meno attive mentre ci si gratta. Inoltre durante il grattamento si attivano la corteccia somatosensoriale secondaria, coinvolta nella sensazione del dolore, e la corteccia prefrontale, connessa ai comportamenti compulsavi e ripetitivi».

Riabilitazione neurologica e dieta

Le patologie neurologiche comportano spesso difficoltà nutrizionali. Non solo la qualità dei cibi, ma anche la loro consistenza rappresenta un aspetto fondamentale. Caratteristica di molti pazienti neurologici è infatti la disfagia, ovvero la difficoltà alla deglutizione, disturbo che richiede un approccio multidisciplinare. Attualmente si stima un tasso di incidenza del danno disfagico in pazienti neurologici in una percentuale tra il 30 e il 55 per cento. Sintomo comune a quadri clinici diversi, la disfagia è in particolare presente in pazienti che hanno subito ictus cerebrali, ischemie, emorragie, traumi cranici o che sono affetti da patologie degenerative come morbo di Parkinson, sclerosi multipla e patologie vascolari cerebrali involutive. In questi casi l’attenzione dei riabilitatori deve occuparsi del recupero dei deficit nutrizionali tanto quanto di quelli cognitivi e respiratori. La valutazione della disfagia può avvenire con diversi strumenti diagnostici, anche se è l’osservazione durante il pasto a permettere di individuare la dieta migliore per ciascun paziente, elaborata con la consulenza di nutrizionisti e differenziata in alcune classi di difficoltà alla deglutizione.

I consigli nutrizionali

In ogni caso alcune norme base sono utili per tutti i pazienti neurologici con disfagia. In particolare si suggerisce di evitare cibi secchi che si sbriciolano in quanto le briciole possono essere inalate e penetrare nei polmoni. Vanno poi evitate le bucce e i semi della frutta, la pelle, le lische, le componenti fibrose delle carni e del pesce, ma anche le verdure filacciose e il riso oltre ai cibi a consistenza doppia come minestre in brodo. In generale gli alimenti da assumere dovrebbero avere consistenza morbida, cremosa e dovrebbero formare un bolo omogeneo. Gli alimenti di consistenza liquida, come yogurt da bere, sciroppi, succhi di frutta, bibite e acqua, possono cadere nelle vie aeree inferiori con conseguente rischio di polmonite: è opportuno quindi addensare questi alimenti utilizzando specifici prodotti. Per prevenire la disidratazione e la stipsi, frequenti nei pazienti neurologici con disfagia, è necessario inoltre accertarsi che nel corso della giornata il soggetto abbia assunto l’equivalente di un litro e mezzo di acqua sotto forma di acqua addensata. Per prevenire la stipsi si possono utilizzare appositi prodotti a base di fibra solubile da sciogliere nell’acqua per ottenere una gelatina densa.

Articolo tratto da Mal di testa e salute neurologica (inserto di Sette, Corriere della Sera), 10 febbraio 2017