Gambe pesanti, conta lo stile di vita

Spesso le gambe pesanti sono più che un problema transitorio: l’insufficienza venosa cronica agli arti inferiori può impattare negativamente la qualità di vita, come ha spiegato alcuni anni fa uno studio pubblicato dalla rivista Vascular. Alterazione della circolazione degli arti inferiori dovuta a un difetto nel funzionamento delle valvole delle vene, l’insufficienza venosa cronica è causa di un ritorno di sangue verso i piedi quando siamo in posizione eretta. Se inizialmente la condizione non provoca disturbi gravi, con il tempo può dar luogo a caviglie gonfie, un arrossamento sintomo di infiammazione e dolore alle gambe e alle caviglie. Nei casi più gravi, se la malattia non viene trattata, si formano lividi alle gambe e vere e proprie ulcere.

Insufficienza venosa, cosa fare?

Le persone più colpite sono quelle che svolgono attività lavorative pesanti che le obbligano a stare in piedi a lungo, ma anche chi è sovrappeso o obeso. Disturbo diffuso in tutto l’Occidente, l’insufficienza venosa cronica agli arti inferiori si può presentare a tutte le età anche se alcuni momenti della vita sono più critici: ad esempio pubertà, gravidanza e menopausa, a causa delle modificazioni ormonali. Prima di intraprendere una terapia, che può comprendere anche l’uso di integratori a base di flavonoidi in grado di stabilizzare le pareti venose, occorre correggere i fattori di rischio. Prima regola: camminare molto, almeno mezz’ora tutti i giorni. In questo modo le regolari contrazioni dei muscoli aiuteranno il ritorno del sangue. Del resto è lo stesso studio di Vascular ad aver dimostrato un incremento della qualità di vita dei pazienti che svolgono attività regolare almeno due volte la settimana. Importante per le donne, poi, l’uso di scarpe non troppo strette e con tacchi bassi, meglio se con calze elastiche a compressione graduata. Evitiamo inoltre bagni troppo caldi e ricordiamoci di porre un sostegno sotto i piedi mentre dormiamo per facilitare il ritorno del sangue.

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Fumo, non solo tumori

Salire le scale è uno sforzo enorme, per una fetta di popolazione che oggi si attesta attorno al 7 per cento: la mancanza di respiro costituisce un ostacolo, infatti, per chi è affetto da brocnopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), una malattia in cui la diagnosi precoce rappresenta un fattore chiave. Me lo ha spiegato tempo fa in un’intervista Stefano Centanni, direttore della Unità operativa di pneumologia dell’Azienda ospedaliera San Paolo di Milano: «L’80 per cento dei pazienti con Bpco sono o sono stati fumatori. Purtroppo però chi fuma è abituato ad avere “fiato corto”, tosse e catarro, e così tarda a farsi visitare». Anche perché sa bene che il medico gli suggerirebbe di buttar via le sigarette: una verità che generalmente non vuole sentire. «Questa è una patologia purtroppo anche mortale contro la quale la prevenzione può fare molto», dice lo pneumologo.

Opzioni terapeutiche per ciascun paziente

I sintomi della Bpco nascondono un’infiammazione cronica dei bronchi e dei bronchioli con tosse e catarro correlata a un’ostruzione delle vie respiratorie. Smettere di fumare è quindi importante, ma servono anche i farmaci: broncodilatatori assunti sotto forma di inalazioni, come il bromuro di aclidinio e il formoterolo fumarato oggi disponibili in diverse formulazioni e con device per una facile somministrazione, rappresentano insieme agli antifiammatori, steroidei e non, un’àncora di salvezza: «Si tratta di terapie croniche, quindi è necessaria l’aderenza terapeutica da parte del paziente». Solo così si possono prevenire le patologie associate, come l’enfisema polmonare.

Può colpire anche i giovani

La sensibilizzazione alla patologia è un altro punto chiave: «Un’indagine Doxa tempo fa aveva rilevato come solo 14 italiani su 100 avevano mai sentito nominare la Bpco». Accanto alle terapie che oggi danno respiro – in tutti i sensi – ai malati, il grande impegno delle istituzioni e della classe medica deve andare nella direzione della disincentivazione alla prima sigaretta. Nella maggior parte dei casi si comincia a fumare già durante l’adolescenza: «L’influenza della famiglia ma soprattutto dei coetanei è decisiva», ha detto in un’intervista Marco Alloisio, chirurgo toracico agli Istituti clinici Humanitas di Rozzano (Milano) e presidente della sezione di Milano della Lega italiana per la lotta contro i tumori. Il fumo rappresenta infatti una modalità di ostentare sicurezza, nei contesti sociali: lo aveva dimostrato nel 2012 uno studio condotto da ricercatori dell’Università della South Florida (Usa). In particolare è possibile che molti adolescenti fumino per aumentare la stima in se stessi migliorando la loro immagine. E su questo bisogna certamente lavorare per creare un’inversione di tendenza.

Un approccio sociale

Del resto la Bpco non colpisce certo solo gli over 60: «Anche un quarantenne, fumatore da dieci anni e con sintomi di bronchite cronica e difficoltà respiratoria, potrebbe esserne affetto», conclude Centanni. Anche perché smettere non è semplice. Secondo la Doxa si abbandona il fumo in genere dopo i quarant’anni e in almeno un caso su tre senza successo, probabilmente perché senza alcun aiuto: «I farmaci che aiutano a smettere», ha spiegato Giovanni Apolone, direttore scientifico dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, «non sono ancora rimborsati dal nostro Sistema sanitario, nonostante le evidenze cliniche». La strada della sensibilizzazione di adulti e giovani, che iniziano a fumare sempre più precocemente, è ancora lunga.

I disagi della risonanza magnetica

La risonanza magnetica è una tecnica diagnostica introdotta verso gli inizi degli anni Ottanta, oggi impiegata in varie specialità, mediante la quale è possibile acquisire immagini di organi e tessuti interni in tre dimensioni, grazie ai processi biochimici a livello atomico e a un campo magnetico generato attorno al corpo del paziente. Nel corso dell’esame, come è noto, il paziente è steso all’interno della macchina, che di fatto è un enorme magnete a forma di tubo entro il quale resta immobile per tutta la durata della procedura (tra i 30 e i 40 minuti). L’esame non è doloroso o invasivo, ma in alcuni pazienti può essere causa di qualche disagio legato all’immobilità e alla claustrofobia. Un’altra fonte di fastidio sono spesso i forti rumori prodotti dalla macchina durante il funzionamento. Per rimediare, di solito sono forniti cuffie o tappi per le orecchie.

Ansia, rumori e claustrofobia

Va detto che oggi il disagio della claustrofobia è maggiore nella risonanza magnetica ad alto campo (a tunnel) ma minore nelle nuove apparecchiature aperte (a basso campo). In ogni caso è importante che chi soffre di forme gravi di claustrofobia o ansia, o di disturbi psichiatrici o neurologici segnali il problema agli operatori di radiologia: in alcuni casi può essere utilizzata una sedazione farmacologica. Un piccolo fastidio è anche legato a una certa sensazione di calore in alcune parti del corpo, a percezione di pulsazioni o a contrazioni involontarie di alcuni muscoli: tutti problemi di lieve entità, che rientrano nella norma e che non devono preoccupare.

Il personale è sempre disponibile

Se questi disturbi, così come la claustrofobia, dovessero rivelarsi importanti e insuperabili, durante l’esecuzione della procedura è sempre possibile avvertire il personale per mezzo di un telecomando fornito al paziente: premendolo, gli operatori possono essere avvertiti e interrompere l’esame. Del resto il personale che manovra l’apparecchiatura ha sempre sotto controllo il paziente (lo osserva attraverso un vetro o per mezzo di telecamere) e dunque ha modo di intervenire tempestivamente.

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Tumore al seno per 1 donna su 8

Una donna su otto nella vita potrà essere colpita da cancro al seno: questa forma di neoplasia, tra le più diffuse in assoluto, è potenzialmente grave se non individuata e curata per tempo. Dovuto alla moltiplicazione incontrollata di alcune cellule della ghiandola mammaria, con 50mila nuovi casi ogni anno solo in Italia il tumore al seno è il più frequente nel sesso femminile e rappresenta il 29 per cento di tutti i tumori che colpiscono le donne. «La familiarità conta, ma fino a un certo punto», mi ha spiegato Lucia Del Mastro, coordinatrice del Centro di senologia dell’Ospedale San Martino di Genova e ricercatrice Airc a margine di una mia intervista a una paziente oggi guarita, uscita su BenEssere di maggio. «Un singolo caso in famiglia non costituisce un rischio maggiore: si parla di predisposizione quando ce ne sono diversi, oppure quando sono presenti tra parenti anche casi di tumore ovarico». La patologia è più frequente dopo i 50 anni anche se il 6 per cento delle pazienti ha meno di 40 anni.

Prevenzione, diagnosi, terapia

La prevenzione è importante: le donne al di sopra dei 45 anni dovrebbero sottoporsi ai programmi di screening mammografico per la diagnosi precoce. «Al di sotto di questa età non ci sono indicazioni in merito», prosegue Del Mastro, «eccetto per le donne con familiarità che, sottoposte a test genetici, mostrano una predisposizione genetica». Solo il 5 per cento dei casi di tumore al seno, però, rientra in questa categoria. L’autopalpazione resta una buona misura per evidenziare alterazioni da sottoporre al medico: arrossamento della cute, cambiamento di forma di un capezzolo o di una mammella, retrazione della cute, secrezioni scure. Sono quattro le tipologie di tumore, ognuna delle quali richiede un approccio specifico. Le terapie comprendono la chirurgia, la chemioterapia e la radioterapia, i nuovi farmaci biologici (solo per una specifica tipologia di tumore) e i farmaci antiormonali. «Non esistono specifiche indicazioni in termini di stili di vita, per questo tumore», precisa il medico. «Certamente però evitare obesità, sedentarietà, eccessivo consumo di alcol e fumo è importante».

Occhio al cortisolo!

Talvolta l’esame del sangue può rilevare valori di cortisolo “sballati”: cosa significa? Questo ormone prodotto dalle ghiandole surrenali, cioè collocate sopra i reni, ha molto da dire sul nostro stato di salute. Le sue funzioni sono molte: ad esempio in risposta a un forte stress fisico o psichico inibisce le funzioni corporee non indispensabili a favore di quelle cardiache e cerebrali, necessarie alla sopravvivenza. Del resto proprio il cortisolo è spesso definito “ormone dello stress”. «Inoltre agisce a livello del metabolismo dei grassi e favorisce la produzione di glucosio da parte del fegato», mi ha spiegato Paolo Vitti, presidente della Società italiana di endocrinologia. «Trattenendo il sodio, contribuisce al mantenimento della pressione arteriosa. Infine modula la risposta immunologica svolgendo un’importante azione antinfiammatoria».

Quando devono far pensare

Normalmente i valori preoccupanti di cortisolo sono quelli elevati: «Esiste infatti una condizione che causa deficit di produzione, ma si tratta di sindrome rara e dovuta a una patologia autoimmune del surrene talvolta associata a malattie della tiroide o alla vitiligine», aggiunge. Perché ci indichino la presenza di una patologia, occorre che i valori di cortisolo siano elevati e che lo siano costantemente. La secrezione di questo ormone, infatti, non è continua: presenta valori più alti nelle primissime ore del mattino, tra i 266 e 720 nmol/L (nanomoli per litro), che si riducono fino quasi ad azzerarsi con le prime ore della notte. Inoltre anche in caso di digiuno o dopo un’attività sportiva intensa la produzione aumenta.

A volte dipende dai farmaci

In ogni caso prima di sospettare una patologia occorre escludere, in presenza di un cortisolo sempre elevato, condizioni che possono accrescerne i livelli: ad esempio l’assunzione protratta di farmaci cortisonici usati per alcune malattie infiammatorie croniche. Inoltre bisogna sempre verificare che non siano presenti condizioni come l’ipertiroidismo, l’alcolismo, la depressione, il diabete e la gravidanza. «In assenza di una di queste, il medico prescrive il dosaggio ematico del cortisolo specie nel caso evidenzi segnali spesso legati a suoi valori eccessivi», prosegue il medico. Tra questi ci sono un aumento di peso con deposito di tessuto adiposo sul tronco e nella regione posteriore del collo, l’ipertensione arteriosa, l’osteoporosi oppure particolari smagliature rossastre sull’addome che potrebbero essere dovute a un eccesso di cortisolo a livello cutaneo che provoca assottigliamento della pelle. Possono far sospettare un’ipercortisolemia anche un’eccessiva stanchezza, irregolarità nel flusso mestruale nelle donne, un riduzione di dimensione dei testicoli negli uomini e, in bambini e ragazzi, un ritardo della crescita.

Come si misura il cortisolo

Il dosaggio del cortisolo è eseguito per mezzo di un prelievo la mattina a digiuno intorno alle 8 e senza aver assunto farmaci a cui può seguire un secondo nel pomeriggio verso le 17. Quando il dato è sempre elevato a diverse ore del giorno si sospetta la presenza di una sindrome di Cushing o di una malattia di Cushing. I due termini non sono intercambiabili: nel primo caso l’iperproduzione di cortisolo è conseguenza di una neoplasia generalmente benigna di una ghiandola surrenale, nel secondo la neoplasia ha colpito invece l’ipofisi, ghiandola alla base del cranio. Le terapie? Farmacologiche o chirurgiche, anche se talvolta la sola alimentazione aiuta. Quanto alla predisposizione, non ce n’è una specifica: «Va comunque detto», conclude Vitti, «che la malattia di Cushing è più frequente nelle donne dai 40 ai 60 anni». Un buon motivo in più per le donne in menopausa per fare attenzione alla salute.

punto esclamativoAlimentazione e stile di vita. «Evitare il sovrappeso è fondamentale», precisa Paolo Vitti: «l’aumento del tessuto adiposo accresce la quantità di insulina prodotta che a sua volta determina un aumento del cortisolo». L’ipercortisolismo mostra del resto anche un legame con la sindrome metabolica: condizione caratterizzata da aumento della glicemia ed eccesso di peso corporeo accompagnati da alterazioni nei livelli di colesterolo e trigliceridi e da pressione arteriosa elevata, questa sindrome è un fattore di rischio importante per le patologie cardiovascolari.