I gioielli di famiglia

C’è qualcosa di più prezioso per un uomo dei propri testicoli? Probabilmente no: non a caso sono spesso definiti “gioielli di famiglia”. Queste due ghiandole ovoidali nell’uomo misurano circa 4-5 centimetri per 2,5, collocate nella borsa scrotale sotto il pene. Nella vita fetale si formano nell’addome e scendono solo negli ultimi mesi di gravidanza. In alcuni neonati uno o entrambi possono non scendere alla nascita ma settimane o mesi dopo. Quando questo non capita occorre intervenire chirurgicamente perché la condizione, detta criptorchidismo, aumenta di 40 volte il rischio di tumore al testicolo se non corretta entro il primo anno di vita. I testicoli hanno una doppia funzione: producono spermatozoi e testosterone, il più importante ormone maschile responsabile dei caratteri sessuali secondari (peli, barba, forza muscolare, voce profonda, libido e aggressività). «La produzione di testosterone inizia dalla nascita e ha due picchi», mi ha spiegato Bruno Giammusso, urologo presso il Policlinico Morgagni di Catania. «Il più importante è ovviamente durante la pubertà, ma ce n’è un primo meno noto nella fase neonatale quando per un breve periodo il bambino mostra valori di testosterone simili a quelli dei 14 anni. Si registra invece un lieve calo dopo i cinquant’anni, che è però fisiologico e non ha a che fare con la cosiddetta andropausa ovvero una riduzione sostanziale conseguenza di una condizione patologica detta ipogonadismo». La produzione di spermatozoi inizia invece con la pubertà e continua sostanzialmente invariata per tutta la vita.

Quanto contano le dimensioni?

Dopo la dimensione del pene, la seconda ossessione maschile è forse la grandezza dei testicoli. I medici rassicurano: «Non c’è da temere circa la loro diversa dimensione da uomo a uomo, se questa rientra nei limiti di normalità: non c’è infatti alcuna correlazione tra grandezza dei testicoli e virilità o capacità riproduttiva», dice Giammusso. I problemi ci sono quando il testicolo è patologicamente piccolo, ovvero meno di 4 centimetri di lunghezza e uno spessore inferiore ai 2. Niente da preoccuparsi inoltre se tra i due testicoli c’è una leggera differenza, di dimensioni o di posizione: nei due terzi dei maschi il sinistro è più grande. «Certo se l’asimmetria è evidente occorrerebbe un controllo», aggiunge l’urologo.

Impariamo a toccarceli

Più importante è l’autopalpazione per la diagnosi precoce del tumore al testicolo. Abbastanza raro nella popolazione generale, rappresenta la prima neoplasia tra i maschi entro i cinquant’anni. Negli ultimi trent’anni i casi sono aumentati del 45 per cento anche se la mortalità è calata del 70. Il tumore al testicolo si presenta come un nodulo o un gonfiore e con una sensazione di pesantezza. È quindi importante che gli uomini imparino a fare l’autoesame del testicolo, così come le donne fanno quello del seno, toccando le ghiandole alla ricerca di eventuali anomalie. «Questa pratica purtroppo non è ancora diffusa tanto che ancora oggi, nella maggioranza dei casi, il tumore al testicolo viene scoperto per caso», dice Giammusso.

punto esclamativoAutopalpazione, un salvavita. Effettuiamo la palpazione dopo una doccia o un bagno caldo, in modo che lo scroto sia rilassato e la sensibilità sia migliore. Facciamo scorrere delicatamente ciascun testicolo tra pollice e indice dall’alto verso il basso per notare la presenza di eventuali palline dure, parti non uniformi e lisce. Qualsiasi anomalia o stranezza andrebbe sottoposta al medico. Eseguiamo l’autopalpazione una volta al mese, dai 15 anni di età in poi.

L’articolo completo su Airone, agosto 2017

Contratture e crampi: cosa sono?

L’86 per cento degli italiani tra i 18 e i 54 anni dichiara di fare regolarmente attività sportiva nel corso dell’anno. A rivelarlo è una recente indagine condotta da Doxa Marketing Advice per conto della casa farmaceutica Dompé sulle attitudini e i comportamenti degli italiani nella pratica sportiva. «La ricerca mette in evidenza come lo sport sia un’attività costante per la maggioranza degli italiani: non lo fanno solo per un beneficio estetico, ma lo percepiscono come un modo efficace per prendersi cura della propria salute», ha dichiarato Massimo Sumberesi, direttore generale di Doxa Marketing Advice. Ma c’è un aspetto non sempre positivo: nonostante il 48 per cento degli intervistati si sia imbattuto in infortuni di vario genere praticando sport, solo il 36 per cento dichiara di prestarvi particolare attenzione e nel 35 per cento dei casi ricorre all’autodiagnosi.

Come riconoscere una contrattura

In particolare sul tema delle contratture muscolari, così frequenti negli sportivi amatoriali, il 61 per cento dice di averne sofferto, ma non saprebbe distinguerla da un crampo, uno strappo o una contusione. La contrattura è un meccanismo di risposta allo sforzo molto intenso e può dipendere dalle eccessive sollecitazioni sui fasci muscolari, da uno stato di affaticamento del muscolo, dall’insufficiente allenamento o riscaldamento, dalla presenza di problemi alle articolazioni, da movimenti poco razionali e violenti o dalla scarsa preparazione fisica. In ogni caso non va confusa con l’infiammazione, che può far seguito a un trauma e quindi va affrontata con un approccio specifico. «Riconoscere una contrattura è importante», mi ha confermato Deodato Assanelli, presidente della Società italiana di medicina dello sport e dell’esercizio (Simse). «Dopo un’attività i muscoli volontari contratti normalmente si rilasciano. Nelle contratture questo non avviene, provocando un’impotenza funzionale. Occorre quindi fermarsi immediatamente e riposare per evitare che la condizione degeneri in uno strappo, che rappresenta invece un danno fisico più duraturo».

Crampi e traumatismi

Discorso ancora diverso per i crampi, una forma più lieve di contrattura: anche in questo caso fermiamoci subito e massaggiamo la parte colpita. Per crampi e contratture la profilassi ha un peso: «Occorrono un’alimentazione adeguata, la giusta idratazione durante lo sforzo e un corretto apporto di elettroliti come potassio, magnesio e sodio, magari anche tramite integratori». Se lo strappo richiede quindi un approccio medico specifico, nel caso di crampi e contratture si può agire in genere autonomamente. Ma come distinguerli? In crampi e contratture il dolore regredisce spontaneamente, quando invece prosegue per giorni occorre il parere del medico: «In questi casi può essere prescritta un’ecografia», dice Assanelli.

punto esclamativoIl farmaco giusto. Recentemente la Fmsi, la Federazione medico sportiva italiana, ha stilato un decalogo per il benessere dell’atleta che ad esempio suggerisce ai medici di non prescrivere analgesici al bisogno, ma a orari e per una durata prestabiliti, aggiungendo indicazioni di dosaggio per paracetamolo, nimesulide, ibuprofene e altri. «In caso di contratture», precisa Assanelli «i miorilassanti, prescritti dal medico, possono aiutare più degli antinfiammatori».

L’articolo completo su BenEssere, agosto 2017

Quei blackout della memoria

Capita a tutti di avere vuoti di memoria, ma in alcuni casi (rari) il cervello sembra giocare brutti scherzi. Parliamo delle vere e proprie amnesie. Occorre però distinguere: da un lato ci sono quelle improvvise e temporanee, dall’altro vere e proprie perdite di memoria croniche e progressive. «Quando è presente un inizio di deterioramento cognitivo, ad esempio dovuto all’Alzheimer», mi ha spiegato Francesca Caso, neurologa presso l’ospedale San Raffaele di Milano, la perdita di memoria non è transitoria e si accompagna a un decadimento che all’inizio può interessare la capacità di ritenere nuove informazioni ma successivamente coinvolge altri ambiti cognitivi». In caso di altre patologie cerebrali, come tumori o ictus, il danno mnemonico è invece in genere soltanto uno dei sintomi.

Quando il cervello si “blocca”

Molto più frequentemente, quando la perdita di memoria è una sorta di blackout improvviso, siamo invece di fronte alla cosiddetta amnesia globale transitoria, dovuta a un malfunzionamento improvviso. «È come se per qualche tempo il cervello non immagazzinasse i ricordi, creando la percezione di un vuoto che normalmente dura poche ore e che si risolve senza lasciare danni. Può capitare anche ai giovani, ad esempio in periodi di forte stress, o comunque per cause ancora non note». Secondo alcuni studiosi questi fenomeni potrebbero infatti essere persino segno di piccoli attacchi ischemici transitori. L’amnesia globale transitoria fa comunque paura al paziente, che tipicamente si rivolge al pronto soccorso dove viene sottoposto a esami tra i quali una tac dell’encefalo, un ecocolor doppler e un elettroencefalogramma: «Tuttavia nella quasi totalità dei casi le indagini non rilevano nulla di patologico».

Quanto conta lo stile di vita

Anche altre condizioni psichiche, come stress e ansia, hanno il loro peso nella capacità di mantenere l’attenzione e di ricordare: è esperienza comune che in periodi di grande carico emotivo facciamo fatica a tenere a mente nomi e appuntamenti. Tuttavia conta molto anche lo stile di vita: «La nostra società offre molte opportunità per mantenere la memoria attiva», precisa Caso. Non è vero infatti che la tecnologia è nemica della capacità di ricordare: studi scientifici spiegano che perfino smartphone, tablet e pc possono essere utili a stimolare il cervello. Piuttosto, se oggi ci sentiamo più distratti e smemorati di un tempo è perché siamo esposti a un eccesso di stimoli che sovraccaricano il nostro funzionamento cognitivo. Viviamo infatti in una società che ci richiede di tenere a mente e svolgere più compiti contemporaneamente e nel minor tempo possibile, causando a volte stress psicofisico.

L’articolo completo su BenEssere, agosto 2017

Mal di schiena, dove e come sedersi

Il mal di schiena è uno dei disturbi più frequenti in assoluto. Basta pensare allo sforzo che compie ogni giorno: un individuo di peso medio che voglia sollevarsi da terra sui due piedi esercita infatti sulla colonna vertebrale (e in particolare sulle due ultime vertebre lombari e sulla prima sacrale) uno sforzo pari al sollevamento di 30 chili. In pratica come portarsi un bambino sulle spalle. Non stupisce che questo peso si traduca sempre più spesso in lombalgie e cervicalgie: quasi l’80 per cento degli adulti prima o poi ne soffre. Alcuni anni fa al Congresso nazionale della Società di chirurgia vertebrale di Roma esperti hanno parlato di almeno 15 milioni di persone che nel nostro Paese soffrono di mal di schiena e in particolare di lombalgie, discopatie, stenosi ed ernie del disco. Il tutto con enormi problemi sul piano socio-sanitario ed economico.

Da dove nasce il mal di schiena

La causa è la sedentarietà: quando i nostri antenati conquistarono la posizione eretta dovettero imprimere un grande sforzo alla loro schiena. Tuttavia questa “ginnastica” non creava loro alcun problema, dal momento che per sopravvivere erano costretti a molta attività fisica naturale che rinforzava la loro muscolatura. Il mal di schiena fece infatti la sua comparsa quando l’uomo si mise a sedere, riducendo l’attività fisica e con essa la massa muscolare necessaria a sostenere la colonna vertebrale. La colonna ha una curva a livello cervicale (parte alta), una dorsale (parte medio-alta), una ad altezza lombare (parte centrale) e una sacrale (parte bassa). Se la postura è scorretta si sovraccarica eccessivamente la parte lombo-sacrale, la muscolatura si irrigidisce e viene meno l’elasticità della spina dorsale.

Impariamo a sederci

Troppo spesso il nemico è in casa: frequentemente infatti sediamo su seggiole disagevoli e mal progettate oppure dormiamo su materassi troppo morbidi o troppo duri. Secondo i medici infatti nel 50 per cento dei casi a causare o peggiorare un mal di schiena ci si mettono anche gli oggetti di uso comune a cui affidiamo il nostro corpo: sedie, scrivanie, ma anche poltrone e materassi. La sedia deve permette di mantenere la posizione seduta comoda, evitando l’affaticamento della muscolatura dorsale e riducendo il carico sui dischi intervertebrali. La sua altezza dovrebbe essere regolabile in altezza da 42 a 55 centimetri e lo schienale deve poter essere inclinato a seconda dell’utilizzo. Divani e poltrone invece dovrebbero permettere di sdraiarci rispettando l’allineamento della colonna vertebrale. Naturalmente la testa deve avere un appoggio così come i piedi, che andrebbero stesi su un poggiapiedi. Meglio se schienale e seduta sono basculanti, così da permettere di indietreggiare e avanzare leggermente.

Articolo tratto da Salute senior (inserto di Io DonnaCorriere della Sera), 13 luglio 2017

Biotech, tra ricerca e investimenti

Spirito di innovazione, eccellenza della ricerca scientifica, visione sul futuro: il nostro Paese ha tutte le carte in regola per poter giocare un ruolo da protagonista nell’ambito delle biotecnologie. È quanto emerge dagli interventi dei relatori presenti a Milano, lo scorso maggio, in occasione dell’assemblea annuale di Assobiotec, l’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, parte di Federchimica. Obiettivo della giornata: fare il punto su quanto è stato messo in atto finora ma soprattutto su cosa ancora è necessario per creare un ecosistema favorevole alla ricerca e all’innovazione biotech, con un occhio rivolto al finanziamento e allo sviluppo industriale. È il presidente Riccardo Palmisano a tirare le somme di quanto svolto in questo primo anno di mandato, illustrandomi le proposte dell’associazione per il prossimo periodo.

Presidente, il sottotitolo dell’assemblea annuale recita Dall’attrazione degli investimenti alla valorizzazione della ricerca innovativa: le sfide che il Paese non può perdere. Investimenti e ricerca sono i due fattori chiave dello sviluppo delle biotech, quindi.
«La ricerca ha un peso assoluto, ma secondo logiche nuove. Oggi le imprese non possono contare solo su competenze interne: occorre cercare le eccellenze nelle università, negli enti di ricerca, e attivare startup. Ma il problema restano gli investimenti: il numero di realtà che si occupano di ricerca, in Italia, è allineato al resto d’Europa tuttavia non decollano per mancanza di fondi: non riusciamo ad attirare capitali di rischio».

Che fare allora?
«Serve più attrattività fiscale: il capitale non deve avere frontiere. Molto è stato fatto con il precedente Governo, ma c’è ancora tanta strada da percorrere. I centri di ricerca italiani sono riconosciuti per qualità a livello mondiale, da un punto di vista scientifico, ma sono ancora poco attrezzati nello sviluppare business plan: occorre quindi formare la figura del ricercatore-imprenditore. Inoltre sono ancora troppo pochi e troppo piccoli i fondi specializzati negli investimenti nel biotech».

Quali sono i settori biotecnologici a oggi più promettenti, nel contesto medicale?
«Uno dei mondi chiave resta quello dell’oncologia e dell’oncoematologia, dove l’obiettivo non è più quello di prolungare la vita del paziente di qualche mese ma di arrivare alla guarigione definitiva. Poi c’è il campo della neurologia e delle malattie neurodegenerative: Alzheimer, sla, sclerosi multipla. Senza dimenticare il capitolo malattie rare, i nuovi farmaci per le epatiti e le biotecnologie per la prevenzione, ovvero i vaccini».

Trova che il tema biotecnologie sia ancora un po’ misconosciuto da parte del grande pubblico?
«Sì: c’è stato un miglioramento nelle conoscenze da parte del pubblico. Lo spauracchio della clonazione non esiste più, ma certamente c’è ancora un lavoro di alfabetizzazione da compiere, anche tra i decisori politici che spesso hanno una conoscenza superficiale del tema. In questo senso anche il ruolo dei media è importante: occorre far comprendere che questa è una tecnologia che viene dalla vita e che non è nemica della vita. Ma serve anche, da parte del grande pubblico, un approccio più fiducioso verso la scienza».

Articolo tratto da Biotecnologie (inserto de Il Sole 24 Ore), 4 luglio 2017