Come funziona il prurito?

Ognuno di noi possiede neuroni sensoriali collocati nel midollo spinale dotati di propaggini sensitive (i dendriti) che si estendono fino alla cute. In caso di prurito, questi liberano un neurotrasmettitore che invia al cervello il segnale che ci spinge a grattarci. Fu Herman Handwerker, fisiologo dell’università di Erlangen-Nürnberg (Germania), a scoprire che il prurito ha una sua linea nervosa preferenziale lungo la quale il messaggio viaggia a poco meno di due chilometri orari. Handwerker scoprì inoltre che alcuni recettori del prurito sono sensibili anche al calore: questo spiega perché le aree del corpo più soggette al prurito sono proprio quelle calde e umide. Ma cosa causa il prurito?

1. Contatto con sostanze o materiali irritanti: stimolando la pelle a produrre istamina, il mediatore chimico coinvolto nelle reazioni infiammatorie e allergiche, producono immediato prurito. Succede ad esempio con il contatto con le ortiche;
2. Scarsa ossigenazione dei tessuti: avviene ad esempio nelle zone della pelle a contatto con un elastico stretto, come quello dei calzini o degli slip;
3. Eccessivo afflusso di sangue: ad esempio dopo una scottatura solare che provoca arrossamento;
4. Lieve stimolazione della cute: non è un vero prurito, anche se ci spinge a grattarci. Ad esempio succede se passiamo una piuma sulla pelle: questa attiva le fibre nervose che avvolgono la radice dei peli per rivelarne i movimenti ingannando così il cervello, che percepisce una stimolazione analoga a quella del prurito.

Il sottile confine tra dolore e piacere

Tuttavia è percezione comune che il prurito è una percezione imparentata tanto con il dolore quanto con il piacere: «La sensazione pruriginosa», mi ha spiegato Mariella Fassino, docente di dermatologia psicosomatica all’Università di Torino, «è veicolata dalla pelle al cervello attraverso le stesse fibre nervose che veicolano il dolore». Tuttavia grattarci provoca anche piacere, ma non solamente per la soppressione del prurito: la serotonina è infatti il mediatore biochimico responsabile del benessere. «Il prurito è infatti una sensazione ambigua, a metà tra gratificazione e frustrazione. Gli studi di neuroimaging ci mostrano che le aree cerebrali associate a emozioni spiacevoli diventano meno attive mentre ci si gratta. Inoltre durante il grattamento si attivano la corteccia somatosensoriale secondaria, coinvolta nella sensazione del dolore, e la corteccia prefrontale, connessa ai comportamenti compulsavi e ripetitivi».

Riabilitazione neurologica e dieta

Le patologie neurologiche comportano spesso difficoltà nutrizionali. Non solo la qualità dei cibi, ma anche la loro consistenza rappresenta un aspetto fondamentale. Caratteristica di molti pazienti neurologici è infatti la disfagia, ovvero la difficoltà alla deglutizione, disturbo che richiede un approccio multidisciplinare. Attualmente si stima un tasso di incidenza del danno disfagico in pazienti neurologici in una percentuale tra il 30 e il 55 per cento. Sintomo comune a quadri clinici diversi, la disfagia è in particolare presente in pazienti che hanno subito ictus cerebrali, ischemie, emorragie, traumi cranici o che sono affetti da patologie degenerative come morbo di Parkinson, sclerosi multipla e patologie vascolari cerebrali involutive. In questi casi l’attenzione dei riabilitatori deve occuparsi del recupero dei deficit nutrizionali tanto quanto di quelli cognitivi e respiratori. La valutazione della disfagia può avvenire con diversi strumenti diagnostici, anche se è l’osservazione durante il pasto a permettere di individuare la dieta migliore per ciascun paziente, elaborata con la consulenza di nutrizionisti e differenziata in alcune classi di difficoltà alla deglutizione.

I consigli nutrizionali

In ogni caso alcune norme base sono utili per tutti i pazienti neurologici con disfagia. In particolare si suggerisce di evitare cibi secchi che si sbriciolano in quanto le briciole possono essere inalate e penetrare nei polmoni. Vanno poi evitate le bucce e i semi della frutta, la pelle, le lische, le componenti fibrose delle carni e del pesce, ma anche le verdure filacciose e il riso oltre ai cibi a consistenza doppia come minestre in brodo. In generale gli alimenti da assumere dovrebbero avere consistenza morbida, cremosa e dovrebbero formare un bolo omogeneo. Gli alimenti di consistenza liquida, come yogurt da bere, sciroppi, succhi di frutta, bibite e acqua, possono cadere nelle vie aeree inferiori con conseguente rischio di polmonite: è opportuno quindi addensare questi alimenti utilizzando specifici prodotti. Per prevenire la disidratazione e la stipsi, frequenti nei pazienti neurologici con disfagia, è necessario inoltre accertarsi che nel corso della giornata il soggetto abbia assunto l’equivalente di un litro e mezzo di acqua sotto forma di acqua addensata. Per prevenire la stipsi si possono utilizzare appositi prodotti a base di fibra solubile da sciogliere nell’acqua per ottenere una gelatina densa.

Articolo tratto da Mal di testa e salute neurologica (inserto di Sette, Corriere della Sera), 10 febbraio 2017

Russamento, un vero problema

Alcuni anni fa scienziati americani dell’Istituto nazionale sull’invecchiamento dimostrarono, in uno studio pubblicato da Neurology, un legame tra cefalea e russamento. Studiando un gruppo di più di 200 soggetti che da circa cinque anni soffrivano di mal di testa quotidiani mostrarono che questi russano di più, in media, rispetto a chi ha episodi di cefalea con una ridotta frequenza. Un nesso specifico non è noto anche se è certo che i russatori possono sperimentare durante il giorno fastidiosi disturbi come il mal di testa causati dal cattivo riposo notturno. Attualmente si calcola che tra il 60 e il 70 per cento della popolazione sia coinvolta dal problema, in particolare nei Paesi occidentali. Perché? Da un lato c’è senz’altro un maggiore interesse al tema, dall’altro però si è registrato un reale incremento nel numero dei casi: in particolare l’ultimo studio epidemiologico sulla sindrome delle apnee ostruttive del sonno (Osas, la forma di russamento complicata da arresto temporaneo della respirazione) ha mostrato nella fascia d’età tra i 40 e gli 85 anni un’incidenza del 23 per cento nelle donne e addirittura del 50 per cento negli uomini. Altre ricerche sono hanno dimostrato che nel corso degli ultimi vent’anni l’incidenza globale è raddoppiata, seppur con differenze da Paese a Paese.

Cosa succede quando russiamo

Il russamento è un disturbo apparentemente di poca importanza, ma così non è. Da un lato infatti può essere spia di patologie più serie, dall’altro è certamente causa di piccoli e grandi problemi relazionali con il partner che non di rado vive i rumori prodotti dalla respirazione notturna del compagno o della compagna come uno stress sonoro così fastidioso da non poter chiudere occhio. Condizione più diffusa tra gli uomini, il russamento riguarda però anche molte donne soprattutto dopo la menopausa. «Il rumore che tutti conosciamo è prodotto dalla vibrazione delle parti molli del palato molle, dell’ugola, dell’area in cui si trovano le tonsille ma anche del rivestimento mucoso alla base della lingua, delle pareti della laringe e dell’epiglottide», mi ha spiegato Claudio Vicini, direttore dell’Unità operativa di otorinolaringoiatria e chirurgia cervico-facciale presso l’Unità sanitaria locale della Romagna. Questo significa che la maggiore predisposizione a russare di alcuni soggetti è legata a una diversa conformazione di queste strutture e a una loro maggiore flaccidità. «Un altro fattore predisponente è il naso chiuso, vuoi a causa di disturbi temporanei come un banale raffreddore vuoi per patologie croniche come la deviazione del setto nasale».

Quando provoca apnee notturne

Quando occorre preoccuparsi? «Dobbiamo distinguere tra russamento continuo e intermittente. Nel primo caso non ci sono particolari problemi, mentre il secondo è più serio: le fasi senza russamento sono caratterizzate infatti dalla presenza di apnee, momenti in cui la respirazione si arresta per alcuni secondi». Le conseguenze, in questo caso, sono serie: del resto l’Osas è ormai riconosciuta come una vera patologia di cui spesso è proprio il russamento il primo campanello d’allarme. «Le complicanze sono cardiorespiratorie e neuropsicologiche», dice Vicini. Nella prima categoria rientrano l’ipertensione, le aritmie e persino casi di infarto. «Sul piano neuropsicologico l’apnea spinge il soggetto a un parziale risveglio, seppur non cosciente. Questi stati di semiveglia interrompono il sonno che diventa sempre meno ristoratore con sonnolenza diurna, perdita di energia e non di rado disturbi psichiatrici come depressione, aggressività e nervosismo».

L’articolo completo su Diva e Donna, 31 gennaio 2017

Insonnia infantile, che fare

Bimbi che durante i primi anni di vita si risvegliano frequentemente durante la notte o che fanno fatica ad addormentarsi: un problema che tocca moltissimi genitori. Anche quella infantile è una forma di insonnia a tutti gli effetti, anche se nel bambino ha caratteristiche diverse rispetto a quella dell’adulto. Si calcola che proprio fino ai tre anni il 20 per cento dei bimbi presenti disturbi del sonno. La casistica dice che i più colpiti sono primogeniti e figli unici, bambini allattati al seno e quelli che dormono nel lettone insieme ai genitori. In genere la causa è psicologica e comportamentale, raramente è di natura organica: tra queste ultime il reflusso, i disturbi dell’orecchio, l’asma e perfino le dermatiti. Teniamo presente che se dormire bene è fondamentale per tutti, lo è a maggior ragione per i piccoli: è infatti durante il sonno che viene secreta la somatotropina, l’ormone della crescita. Questo significa che un bambino che dorme bene è destinato a sviluppare meglio le proprie potenzialità psicofisiche.

Attenzione agli stimoli eccessivi

Soprattutto oggi i bambini, fin da piccolissimi, sono sottoposti a tanti stimoli: giochi, televisione, pc e tablet, videogiochi. Per questo i pediatri consigliano di creare una routine per le ore serali e un ambiente sereno e tranquillo in cui gli stimoli vengano man mano ridotti. In altre parole è importante che il bambino impari le abitudini connesse al momento dell’andare a letto. Ma sei i risvegli sono notturni? Il più comune errore, nei più piccoli, è quello di offrir loro il seno ogni volta che piangono a prescindere da quanto tempo è passato dall’ultima poppata. Al contrario sarebbe opportuno dar loro da mangiare di notte solo quando dall’ultimo pasto sono trascorse almeno tre ore. Per questo la prima regola per un buon sonno è che le mamme ascoltino le vere esigenze del bambino: solo così possono essere sicure di comprendere la ragione del suo pianto notturno.

Articolo tratto da Salute del sonno (inserto di Sette, Corriere della Sera), 18 novembre 2016

Maledizione mal di testa

Un po’ di riposo e un analgesico? No, il mal di testa non si cura più (solo) così. Oggi questo fastidioso disturbo può essere combattuto molto più efficacemente. Ad esempio come ha fatto Carolyn Matheson, una donna inglese di 58 anni affetta da cefalea a grappolo, una delle forme più pesanti (è chiamata anche “cefalea da suicidio”) che nella sua “variante” chiamata Sunct può arrivare a produrre fino a centinaia di attacchi al giorno che impediscono persino di parlare e camminare. Matheson è balzata agli onori della cronaca tempo fa dopo essere tornata alla sua vita di sempre grazie a un semplice telecomando. L’apparecchio, collegato a un generatore impiantato nel petto che invia impulsi elettrici al cranio, le permette infatti di arrestare sul nascere le crisi che fino a quel momento non cessavano con i normali farmaci.

un Primato italiano

La stimolazione elettrica è una terapia innovativa di grande importanza per il nostro Paese: proprio in Italia infatti è stata sperimentata per la prima volta, precisamente nel 2000 quando studiosi dell’Istituto neurologico Besta di Milano, guidati dal direttore dell’Unità operativa cefalee Gennaro Bussone, introdussero la neurostimolazione ipotalamica, una tecnica che riprende la cosiddetta deep brain stimulation, una forma di stimolazione cerebrale impiegata per curare disturbi psichici gravi, non priva di pericoli per la vita del paziente. Al contrario quella sperimentata al Besta, così come quella applicata su Carolyn Matheson, non comporta rischi: in pratica viene inserito un microchip sottocutaneo in grado di rilasciare impulsi elettrici che interrompono il ciclo del dolore e aumentano la produzione di endorfine, migliorando le condizioni dei pazienti nel 70 per cento dei casi.

contro le cefalee farmacoresistenti

Certo non a tutti è adatta questa terapia estrema: «Perché sia utile», ha spiegato Bussone in un’intervista, «la cefalea deve essere unilaterale, cioè deve presentarsi da un lato solo della testa, e il paziente non deve soffrire di disturbi della personalità. Inoltre occorre che i sintomi siano cronici, invalidanti e farmacoresistenti». Quella elettrica è infatti l’ultima spiaggia, una soluzione radicale a cui si giunge dopo che le diverse terapie farmacologiche si sono dimostrate inefficaci. «Non era una gran prospettiva quella di diventare una specie di uomo bionico», aveva raccontato Pierluca Tagariello, il primo paziente operato da Bussone. La cui tecnica è ormai accettata dalla comunità scientifica: da tempo infatti la Società italiana per lo studio delle cefalee (Sisc) ha infatti inserito questa terapia nelle nuove linee guida su questo disturbo.

CEFALEE: Un’emergenza sociale

Perché una cosa è certa: le diverse forme di mal di testa (la medicina ne ha individuate quasi 200, anche se le famiglie sono solo tre) posso diventare un grande ostacolo alle nostre attività quotidiane. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, che nell’Atlante delle cefalee presentato al Parlamento europeo ha definito il disturbo come una priorità di salute pubblica, a soffrirne è il 70 per cento degli adulti tra i 18 e i 65 anni, anche se solo il 10 per cento è seguito da un medico. Con conseguenze economiche: «Nella sola Europa a 27», spiega Paolo Martelletti, presidente di Lifting the burden, associazione partner nella lotta a questa che è a tutti gli effetti una patologia invalidante del mondo occidentale, «il costo annuale delle cefalee è di 155 miliardi di euro, di cui oltre il 90 per cento causato da assenze dal lavoro. Tra l’1,7 e il 4 per cento della popolazione adulta soffre infatti per più di 15 giorni al mese».

Prima CI SI curA, meglio è

Il consiglio del medico? Assumere il corretto farmaco appena il mal di testa insorgere, senza aspettare. Secondo lo studio Prompt (Patient reaction and opinion to migraine pain and treatment), condotto nel 2006 in sei nazioni europee su 1.500 pazienti di cui 250 italiani, sembra infatti che per decidersi a prendere un medicinale specifico l’emicranico italiano impieghi 101 minuti, contro i 61 di quello inglese e i 76 dello spagnolo. «Questo è un errore», ha spiegato Piero Barbanti, direttore dell’Unità cefalee e dolore del San Raffaele Pisana di Roma. «La crisi emicranica si sviluppa in fasi successive. Perché la cura sia efficace occorre trattare l’attacco entro circa un’ora dai primi sintomi». Oggi le terapie non mancano, ma in ogni caso quando il dolore è ricorrente e invalidante occorre farsi seguire da un centro cefalee: qui neurologi specializzati sono capaci di individuare il farmaco corretto per risolvere il problema, anche in modo definitivo.