Cefalea? Occhio al cibo

La cefalea può diventare un ostacolo alle nostre attività quotidiane. In Italia il 12 per cento della popolazione soffre di emicrania e di questi il 4 per cento ha la forma cronica, quindi circa 250mila persone. Tuttavia solo il 10 per cento circa è seguito da un neurologo. Il consiglio del medico? Assumere un antidolorifico appena il mal di testa insorge e, se gli attacchi si susseguono frequentemente, rivolgersi a un centro cefalee. Oggi per curare le emicranie – le forme di cefalea più invalidanti e caratterizzate anche da sintomi come nausea, fastidio per la luce e irritabilità – è allo studio un nuovo trattamento a base di anticorpi monoclonali: si tratta di farmaci biotecnologici capaci di agire contro una molecola chiamata Cgrp (Calcitonin Gene Related Peptide) che si accumula nel cervello durante gli attacchi. La notizia viene dal congresso nazionale della Società italiana di neurologia tenutosi a Napoli questo ottobre: «La molecola», ha spiegato Gioacchino Tedeschi del Centro cefalee della I Clinica neurologica dell’Università Vanvitelli di Napoli, «quando “prodotta in eccesso” nei neuroni del sistema trigemino-vascolare, responsabile dell’attacco emicranico, può provocare un’infiammazione che svolge un ruolo fondamentale nella genesi del mal di testa».

Il caffè fa bene o no?

Certamente però prevenire gli attacchi emicranici è possibile: conta anche ciò che mangiamo. «Potenzialmente tutte le cefalee possono essere influenzate dall’alimentazione», mi ha spiegato Nicola Mercuri, neurologo presso il Policlinico Tor Vergata di Roma. «In particolare però l’emicrania, dolore pulsante spesso a un solo lato della testa, può peggiorare o essere scatenata dall’assunzione di alcuni cibi». Su alcuni circolano informazioni non chiare e univoche. Ad esempio il caffè: secondo alcuni è benefico, secondo altri no. Dove sta la verità? «Dipende dalle dosi», dice Mercuri. «In piccole quantità aiuta, tanto che alcuni antidolorifici contengono caffeina. Ad alte dosi fa male. In particolare è dannosa quella contenuta nelle bevande gassate, che peraltro distendono le pareti dello stomaco favorendo gli attacchi». In chi è abituato ad assumere dosi regolari di caffè anche l’astinenza può scatenare mal di testa. L’ideale, per chi ne soffre spesso, è non superare le tre tazzine al giorno.

Non saltiamo i pasti!

Un’abitudine alimentare che invece è certamente causa di attacchi, specie in chi è predisposto all’emicrania, è il digiuno: è considerato infatti la terza causa scatenante degli attacchi. Si suppone che ciò dipenda dall’ipoglicemia, ovvero da un calo di zuccheri, condizione critica per il cervello. Ma non esageriamo nell’altro senso: anche un eccesso di zuccheri nella dieta facilita il mal di testa così come l’assunzione di alimenti pesanti da digerire come i fritti, di cibi molto salati e di dolcificanti come l’aspartame.

L’articolo completo su Diva e Donna, 21 novembre 2017

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Sma, il ruolo delle biotech

Le biotecnologie sono la chiave del futuro nella terapia delle malattie neuromuscolari pediatriche, come la Sma (atrofia muscolare spinale). Patologia genetica autosomica recessiva considerata malattia rara (anche se la sua incidenza è meno infrequente di altre), questa condizione si presenta in quattro quadri clinici di cui tre pediatrici. «La Sma 1 è la forma più grave, che non consente la sopravvivenza oltre il primo anno di vita a una grossa fetta di bambini colpiti; la Sma 2 insorge tra i 6 e i 18 mesi mentre la Sma 3 dopo i 18 mesi», mi ha spiegato in un’intervista Eugenio Mercuri, neurologo al Policlinico Gemelli di Roma. «Le forme di disabilità riscontrabili nei soggetti malati sono diverse e possono consistere persino in una quasi completa paralisi o nell’impossibilità di stare seduti o di deambulare». Oggi le biotecnologie consentono di conoscere con precisione la causa e i meccanismi eziopatogenetici, ma permettono inoltre di sottoporre i piccoli pazienti a terapie in grado di modificare l’evoluzione dei sintomi e di migliorare la funzione motoria con un impatto sulla durata e sulla qualità della vita. «I primi trial clinici di queste nuove molecole sono recenti: pensiamo che gli studi sono iniziati solo quattro anni fa», aggiunge Mercuri. L’imperativo, oggi permesso dalle tecnologie, è dunque quello di giungere a una diagnosi quanto più precoce così da consentire, laddove possibile, di stabilizzare l’evoluzione o addirittura di ottenere piccoli e grandi miglioramenti. Grazie alle nuove terapie biotecnologiche, accanto a quelle geniche, si apre inoltre un nuovo capitolo: quello dello screening prenatale, che dovrebbe poter assicurare migliori e tempestivi interventi.

Quei blackout della memoria

Capita a tutti di avere vuoti di memoria, ma in alcuni casi (rari) il cervello sembra giocare brutti scherzi. Parliamo delle vere e proprie amnesie. Occorre però distinguere: da un lato ci sono quelle improvvise e temporanee, dall’altro vere e proprie perdite di memoria croniche e progressive. «Quando è presente un inizio di deterioramento cognitivo, ad esempio dovuto all’Alzheimer», mi ha spiegato Francesca Caso, neurologa presso l’ospedale San Raffaele di Milano, la perdita di memoria non è transitoria e si accompagna a un decadimento che all’inizio può interessare la capacità di ritenere nuove informazioni ma successivamente coinvolge altri ambiti cognitivi». In caso di altre patologie cerebrali, come tumori o ictus, il danno mnemonico è invece in genere soltanto uno dei sintomi.

Quando il cervello si “blocca”

Molto più frequentemente, quando la perdita di memoria è una sorta di blackout improvviso, siamo invece di fronte alla cosiddetta amnesia globale transitoria, dovuta a un malfunzionamento improvviso. «È come se per qualche tempo il cervello non immagazzinasse i ricordi, creando la percezione di un vuoto che normalmente dura poche ore e che si risolve senza lasciare danni. Può capitare anche ai giovani, ad esempio in periodi di forte stress, o comunque per cause ancora non note». Secondo alcuni studiosi questi fenomeni potrebbero infatti essere persino segno di piccoli attacchi ischemici transitori. L’amnesia globale transitoria fa comunque paura al paziente, che tipicamente si rivolge al pronto soccorso dove viene sottoposto a esami tra i quali una tac dell’encefalo, un ecocolor doppler e un elettroencefalogramma: «Tuttavia nella quasi totalità dei casi le indagini non rilevano nulla di patologico».

Quanto conta lo stile di vita

Anche altre condizioni psichiche, come stress e ansia, hanno il loro peso nella capacità di mantenere l’attenzione e di ricordare: è esperienza comune che in periodi di grande carico emotivo facciamo fatica a tenere a mente nomi e appuntamenti. Tuttavia conta molto anche lo stile di vita: «La nostra società offre molte opportunità per mantenere la memoria attiva», precisa Caso. Non è vero infatti che la tecnologia è nemica della capacità di ricordare: studi scientifici spiegano che perfino smartphone, tablet e pc possono essere utili a stimolare il cervello. Piuttosto, se oggi ci sentiamo più distratti e smemorati di un tempo è perché siamo esposti a un eccesso di stimoli che sovraccaricano il nostro funzionamento cognitivo. Viviamo infatti in una società che ci richiede di tenere a mente e svolgere più compiti contemporaneamente e nel minor tempo possibile, causando a volte stress psicofisico.

L’articolo completo su BenEssere, agosto 2017

Biotech, tra ricerca e investimenti

Spirito di innovazione, eccellenza della ricerca scientifica, visione sul futuro: il nostro Paese ha tutte le carte in regola per poter giocare un ruolo da protagonista nell’ambito delle biotecnologie. È quanto emerge dagli interventi dei relatori presenti a Milano, lo scorso maggio, in occasione dell’assemblea annuale di Assobiotec, l’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, parte di Federchimica. Obiettivo della giornata: fare il punto su quanto è stato messo in atto finora ma soprattutto su cosa ancora è necessario per creare un ecosistema favorevole alla ricerca e all’innovazione biotech, con un occhio rivolto al finanziamento e allo sviluppo industriale. È il presidente Riccardo Palmisano a tirare le somme di quanto svolto in questo primo anno di mandato, illustrandomi le proposte dell’associazione per il prossimo periodo.

Presidente, il sottotitolo dell’assemblea annuale recita Dall’attrazione degli investimenti alla valorizzazione della ricerca innovativa: le sfide che il Paese non può perdere. Investimenti e ricerca sono i due fattori chiave dello sviluppo delle biotech, quindi.
«La ricerca ha un peso assoluto, ma secondo logiche nuove. Oggi le imprese non possono contare solo su competenze interne: occorre cercare le eccellenze nelle università, negli enti di ricerca, e attivare startup. Ma il problema restano gli investimenti: il numero di realtà che si occupano di ricerca, in Italia, è allineato al resto d’Europa tuttavia non decollano per mancanza di fondi: non riusciamo ad attirare capitali di rischio».

Che fare allora?
«Serve più attrattività fiscale: il capitale non deve avere frontiere. Molto è stato fatto con il precedente Governo, ma c’è ancora tanta strada da percorrere. I centri di ricerca italiani sono riconosciuti per qualità a livello mondiale, da un punto di vista scientifico, ma sono ancora poco attrezzati nello sviluppare business plan: occorre quindi formare la figura del ricercatore-imprenditore. Inoltre sono ancora troppo pochi e troppo piccoli i fondi specializzati negli investimenti nel biotech».

Quali sono i settori biotecnologici a oggi più promettenti, nel contesto medicale?
«Uno dei mondi chiave resta quello dell’oncologia e dell’oncoematologia, dove l’obiettivo non è più quello di prolungare la vita del paziente di qualche mese ma di arrivare alla guarigione definitiva. Poi c’è il campo della neurologia e delle malattie neurodegenerative: Alzheimer, sla, sclerosi multipla. Senza dimenticare il capitolo malattie rare, i nuovi farmaci per le epatiti e le biotecnologie per la prevenzione, ovvero i vaccini».

Trova che il tema biotecnologie sia ancora un po’ misconosciuto da parte del grande pubblico?
«Sì: c’è stato un miglioramento nelle conoscenze da parte del pubblico. Lo spauracchio della clonazione non esiste più, ma certamente c’è ancora un lavoro di alfabetizzazione da compiere, anche tra i decisori politici che spesso hanno una conoscenza superficiale del tema. In questo senso anche il ruolo dei media è importante: occorre far comprendere che questa è una tecnologia che viene dalla vita e che non è nemica della vita. Ma serve anche, da parte del grande pubblico, un approccio più fiducioso verso la scienza».

Articolo tratto da Biotecnologie (inserto de Il Sole 24 Ore), 4 luglio 2017

Come funziona il prurito?

Ognuno di noi possiede neuroni sensoriali collocati nel midollo spinale dotati di propaggini sensitive (i dendriti) che si estendono fino alla cute. In caso di prurito, questi liberano un neurotrasmettitore che invia al cervello il segnale che ci spinge a grattarci. Fu Herman Handwerker, fisiologo dell’università di Erlangen-Nürnberg (Germania), a scoprire che il prurito ha una sua linea nervosa preferenziale lungo la quale il messaggio viaggia a poco meno di due chilometri orari. Handwerker scoprì inoltre che alcuni recettori del prurito sono sensibili anche al calore: questo spiega perché le aree del corpo più soggette al prurito sono proprio quelle calde e umide. Ma cosa causa il prurito?

1. Contatto con sostanze o materiali irritanti: stimolando la pelle a produrre istamina, il mediatore chimico coinvolto nelle reazioni infiammatorie e allergiche, producono immediato prurito. Succede ad esempio con il contatto con le ortiche;
2. Scarsa ossigenazione dei tessuti: avviene ad esempio nelle zone della pelle a contatto con un elastico stretto, come quello dei calzini o degli slip;
3. Eccessivo afflusso di sangue: ad esempio dopo una scottatura solare che provoca arrossamento;
4. Lieve stimolazione della cute: non è un vero prurito, anche se ci spinge a grattarci. Ad esempio succede se passiamo una piuma sulla pelle: questa attiva le fibre nervose che avvolgono la radice dei peli per rivelarne i movimenti ingannando così il cervello, che percepisce una stimolazione analoga a quella del prurito.

Il sottile confine tra dolore e piacere

Tuttavia è percezione comune che il prurito è una percezione imparentata tanto con il dolore quanto con il piacere: «La sensazione pruriginosa», mi ha spiegato Mariella Fassino, docente di dermatologia psicosomatica all’Università di Torino, «è veicolata dalla pelle al cervello attraverso le stesse fibre nervose che veicolano il dolore». Tuttavia grattarci provoca anche piacere, ma non solamente per la soppressione del prurito: la serotonina è infatti il mediatore biochimico responsabile del benessere. «Il prurito è infatti una sensazione ambigua, a metà tra gratificazione e frustrazione. Gli studi di neuroimaging ci mostrano che le aree cerebrali associate a emozioni spiacevoli diventano meno attive mentre ci si gratta. Inoltre durante il grattamento si attivano la corteccia somatosensoriale secondaria, coinvolta nella sensazione del dolore, e la corteccia prefrontale, connessa ai comportamenti compulsavi e ripetitivi».