Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi (nell’immagine) hanno ricevuto il Premio Nobel per la Medicina 2025 per aver scoperto la tolleranza immunitaria periferica, il processo che impedisce al sistema immunitario di colpire i tessuti dell’organismo. I tre scienziati hanno individuato le cellule T regolatorie (Treg) e definito il ruolo chiave del gene FOXP3 nella loro formazione, ponendo le basi per lo sviluppo di nuove terapie contro le malattie autoimmuni, i tumori e per ridurre il rischio di rigetto nei trapianti d’organo. La proclamazione precede di pochi giorni la Giornata mondiale delle malattie reumatologiche, che si celebrerà questa domenica: proprio per queste patologie, di tipo autoimmune o autoinfiammatorio, le ricerche dei tre scienziati potranno rappresentare una svolta concreta.

Malattie autoimmuni: il caso sardo

I controllori del sistema immunitario

«La scoperta rivoluzionaria delle cellule Treg rappresenta un pilastro fondamentale nella comprensione di come il sistema immunitario mantenga la tolleranza verso i tessuti self e limiti le risposte autoimmuni», ha spiegato Andrea Doria, presidente della Società italiana di reumatologia (Sir). «Queste agiscono come controllori del sistema immunitario, inibendo i processi autoimmuni e producendo sostanze che riducono l’infiammazione. La loro scoperta apre nuove prospettive terapeutiche significative per patologie quali artrite reumatoide, lupus, spondiloartriti, vasculiti e connettiviti». 

Artrite reumatoide o psoriasica?

Servono terapie efficaci

Del resto c’è una grande necessità, proprio in reumatologia, di nuove strategie che possano controllare l’infiammazione senza sopprimere indiscriminatamente la risposta immunitaria. «Il Premio Nobel ci incoraggia a intensificare la ricerca sull’ingegnerizzazione delle cellule T e in particolare sullo sviluppo di cellule CAR-T regolatorie, affinché possano essere indirizzate verso antigeni tessuto-specifici e così agire con precisione nel modulare il disequilibrio immunitario», prosegue Doria.

Malattie reumatologiche e polmoni

Occorrono diagnosi più precoci

Le malattie reumatologiche colpiscono oggi 350 milioni di individui a livello globale e fino a 6,5 milioni nel nostro paese. Spesso croniche, non interessano solo le articolazioni ma anche muscoli, tendini, ossa e talvolta organi interni. Grazie ai notevoli passi avanti compiuti negli ultimi anni nella terapia è possibile ridurre in modo sostanziale l’impatto di queste patologie. Perché le terapie siano efficaci, però, è necessaria una diagnosi precoce: le innovazioni degli ultimi anni, in particolare il dosaggio di alcuni biomarcatori come gli auto-anticorpi, consentono di intercettare queste malattie addirittura prima che inizino a produrre sintomi.

Intestino e articolazioni, le comorbilità

Ritardo diagnostico e prevenzione

Purtroppo però questo spesso non avviene: «Sono necessari in media 7 anni per scoprire di soffrire di artrite psoriasica, 5 per la spondilite anchilosante, 3 per la sclerosi sistemica e 2 per l’artrite reumatoide», spiega Gian Domenico Sebastiani, past president Sir. «Se non diagnosticate e trattate precocemente, queste malattie possono portare a danni irreversibili, con conseguenti costi sanitari e sociali». Del resto solo l’artrite reumatoide in Italia ha un costo complessivo annuo di oltre 2 miliardi di euro. Ma c’è anche la prevenzione: corretti stili di vita hanno un certo impatto, specie per quella quota di popolazione che ha una familiarità per una o più di queste malattie. Del resto sappiamo che i familiari dei pazienti hanno un rischio di ammalarsi aumentato del 10 per cento.

L’artrite, anche nei bambini

Troppe fake news…

Occorrono però anche campagne di sensibilizzazione della popolazione, sul reale volto delle patologie reumatologiche e su come sia oggi possibile prevenirle, diagnosticarle e trattarle proattivamente: «Nell’immaginario collettivo sono infatti ancora molte le false credenze che circondano le malattie reumatologiche», spiega Doria. Tra queste, prima fra tutte, quella secondo cui interesserebbero solo pazienti anziani: in realtà possono colpire anche persone giovani, nel pieno della loro vita attiva, donne in età riproduttiva e bambini.