Infertilità maschile in crescita

La popolazione umana è sempre meno fertile e nel 35 per cento dei casi il problema è maschile: «Non a caso l’Organizzazione mondiale della sanità ha rivisto al ribasso i parametri di normalità quanto a valori rilevati dallo spermiogramma», mi ha spiegato Maurizio Nordio, docente di neuroendocrinologia presso La Sapienza di Roma. Fino a poco tempo fa infatti era considerata normale una quota, già bassa, del 30 per cento di spermatozoi anatomicamente sani. Attualmente il valore è stato ridotto al 10 per cento. Oltre a questo, esistono altri tre fattori che determinano la qualità dello sperma: il numero di spermatozoi per unità di liquido, la loro motilità e la capacità fecondante. «Quest’ultimo considera la capacità della membrana cellulare dello spermatozoo di interagire con quella della cellula uovo», aggiunge il medico.

Perché gli uomini sono meno fertili

A determinare la riduzione della fertilità maschile sono vari fattori, riconducibili a due gruppi: ambiente e stili di vita. Nel primo insieme rientra l’inquinamento: «Un esempio su tutti è l’inquinamento da ftalati contenuti nelle plastiche, ad esempio quelle delle bottiglie di acqua mal conservate». Quanto agli stili di vita contano obesità, stress e patologie andrologiche come il varicocele: «L’abolizione della visita di leva ha portato a una loro sottodiagnosi». Non dimentichiamo infine il fattore temperatura: «Qualsiasi abitudine che provochi un surriscaldamento dei testicoli, come l’uso prolungato di pantaloni stretti o del motorino con la sella bollente, è da evitare perché la spermiogenesi ne risente».

Diagnosi e terapie

La diagnosi di infertilità passa sempre dallo spermiogramma, esame in grado di monitorare i parametri del liquido seminale. «Oggi esistono i più semplici test all’inositolo che misurano la reazione delle cellule al contatto con questa sostanza restituendo informazioni aggiuntive. Costituiscono un prezioso alleato, ma non sostituiscono la metodologia standard», aggiunge Nordio. Alcune terapie possono aiutare a ripristinare la qualità del liquido seminale maschile: «Sono i farmaci antiossidanti, potenzialmente risolutivi al 100 per cento se non fosse che ancora oggi molti uomini si rivolgono allo specialista quando ormai la fertilità è compromessa».

Articolo tratto da Salute della donna (inserto di Io Donna, Corriere della Sera), 29 aprile 2017

Cosa ci dicono i livelli di cortisolo

Gli esami del sangue rilevano valori di cortisolo elevati? Il dato va monitorato nel tempo: questo ormone, prodotto dalle ghiandole surrenali (poste sopra i reni), ci dice molto della nostra salute. Attenzione però: perché ci indichi la presenza di una patologia occorre che i suoi valori siano costantemente elevati. Per questo un solo esame non è sufficiente. «La secrezione del cortisolo», mi ha spiegato Andrea Lenzi, presidente della Società italiana di endocrinologia, «non è continua durante la giornata e presenta valori più alti nelle primissime ore del mattino che si riducono quasi ad azzerarsi nelle prime ore della notte, durante il sonno». Inoltre prima di ipotizzare la presenza di una patologia seria, il medico deve escludere altre condizioni che possono accrescere i livelli di cortisolo: ad esempio l’assunzione di alcuni farmaci come ad esempio i cortisonici usati per le malattie infiammatorie croniche. Inoltre deve escludere condizioni come il digiuno prolungato, l’ipertiroidismo, l’alcolismo, la depressione, l’obesità e la gravidanza che possono causare aumenti sensibili di cortisolo nel sangue.

A cosa serve il cortisolo

Ma esattamente cos’è il cortisolo? «Le sue funzioni fisiologiche sono molteplici», spiega Lenzi. «Insieme ad altri ormoni ci permette, in risposta a un forte stress psicofisico, di inibire le funzioni corporee non indispensabili in quel momento favorendone altre più importanti per la sopravvivenza, ovvero quelle cardiache e cerebrali, garantendo così il massimo sostegno agli organi vitali». Non a caso il cortisolo è definito l’ormone dello stress. Non solo: anche condizioni come il digiuno o un’attività sportiva molto intensa aumentano la sua produzione. Il cortisolo inoltre agisce sul sistema cardiovascolare, sul sistema immunitario, sull’equilibrio fra acqua e sali minerali, sul metabolismo osseo e sulla crescita corporea. Dal momento che gioca un ruolo cruciale in quasi tutte le funzioni corporee, il medico può richiederne il dosaggio per varie ragioni.

Quando è indice di condizioni serie

Escluse quindi cause temporanee e specifiche, un valore costantemente alto è invece segno di una condizione più seria. «Si parla in questo caso di sindrome di Cushing, conseguenza di una neoplasia generalmente benigna di una ghiandola surrenale, oppure di malattia di Cushing se la neoplasia ha colpito l’ipofisi, ovvero la ghiandola alla base del cranio responsabile della produzione di diversi ormoni, tra cui il cortisolo». Quando il cortisolo è sempre elevato a causa di una di queste due condizioni il corpo ne porta i segni: innanzitutto l’obesità, con adipe visibile soprattutto sull’addome, sul volto, sul collo, sul tronco. La cute diventa fragile con la tendenza alla formazione di ecchimosi. Le conseguenze sono anche muscolari: il paziente avverte stanchezza e minore forza. Nella donna il flusso mestruale è irregolare e nell’uomo i testicoli tendono a rimpicciolirsi. Possono poi presentarsi acne e complicanze cardiometaboliche come ipertensione e diabete. Nel bambino l’ipercortisolismo causa invece ritardo di crescita. «In ogni caso il disturbo colpisce tutte le età,ma sempre con una netta prevalenza nel sesso femminile», precisa Lenzi.

Quanto conta l’alimentazione

Le terapie? Farmacologiche o, nei casi più seri, chirurgiche. Tuttavia anche l’alimentazione può essere di supporto: «Considerando che il cortisolo agisce sul metabolismo», spiega l’endocrinologo, «un eccesso o un difetto di produzione richiedono che il paziente si sottoponga anche a una visita nutrizionistica per la valutazione del proprio regime dietetico». Del resto l’ipercortisolismo mostra un legame con la sindrome metabolica, condizione considerata ad alto rischio cardiovascolare caratterizzata da alterazioni metaboliche ed emodinamiche come l’aumento della glicemia e l’eccesso di peso corporeo in particolare a livello del grasso addominale, alterazione nei livelli di colesterolo e trigliceridi ed elevati livelli di pressione arteriosa.

Articolo tratto da BenEssere, dicembre 2016