Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità nel mondo sono circa 80 milioni le persone colpite dall’HCV, il virus dell’epatite C, ma i dati non sono certi. Nemmeno da noi: «A oggi non sappiamo esattamente quanti pazienti con infezione attiva vivano in Italia», mi ha spiegato Roberta D’Ambrosio, gastroenterologa ed epatologa presso il Policlinico di Milano e membro del comitato coordinatore dell’Associazione italiana studio del fegato. Nel 2019 l’Istituto superiore di sanità ne stimava 410mila mentre l’osservatorio Polaris, strumento epidemiologico del CDA Foundation, ne riportava circa 580mila. «Ciò che sappiamo con certezza è che in Italia negli ultimi dieci anni sono stati trattati oltre 262mila pazienti».
Il problema del sommerso
È peraltro ipotizzabile la presenza di un grande “sommerso” costituito da pazienti positivi, e dunque contagiosi, ma del tutto ignari. Un grosso problema di sanità pubblica, questo, dal momento che il mancato trattamento tempestivo può portare a un’evoluzione infausta: in Italia registriamo il più alto numero in Europa di casi di cancro del fegato e mortalità causati da HCV. «Difficilmente l’acquisizione del virus si associa a ittero o a disturbi specifici e le forme di infezione cronica decorrono quasi sempre silenti. Per fare diagnosi è necessario il sospetto clinico», prosegue il medico. Per questo i soggetti nati prima dell’anno della scoperta del virus (1989) dovrebbero fare il test almeno una volta nella vita, così come chi ha fattori di rischio specifici.
Trapianti di fegato, la sfida più dura
Le trasfusioni infette
«Si ritiene che la maggior parte dei pazienti abbia acquisito l’infezione attraverso trasfusioni infette in un’epoca in cui il virus non si conosceva», aggiunge D’Ambrosio. «Inoltre dagli anni Sessanta in poi la tossicodipendenza ha rappresentato un fattore di rischio di contagio aggiuntivo». Con l’avvento delle nuove terapie antivirali, nel 2014, la prevalenza si è ridotta ma esistono ancora differenze in termini epidemiologici: è superiore nelle regioni meridionali e naturalmente nei soggetti più anziani, che sono stati esposti a procedure mediche a rischio prima del 1989.
Epatite C, over 50 più a rischio
Il virus oggi: epidemiologia e contagio
Superata l’emergenza tossicodipendenza degli anni Ottanta e Novanta e migliorate la procedura trasfusionali con grazie al Nucleic Acid Test, oggi la trasmissione – che avviene solo con contatto diretto sangue-sangue – si è ridotta drasticamente. Lo dimostrano anche i dati raccolti dal Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta dell’Istituto superiore di sanità che recentemente ha pubblicato i dati relativi all’incidenza di nuovi casi nel periodo 2000-2021: «Si evince che oggi la trasmissione intraospedaliera è bassa, anche se non nulla. Inoltre la trasmissione del virus per via sessuale è poco efficace, ma solo tra soggetti eterosessuali con partner fisso». Il virus continua invece a circolare in alcuni contesti: ad esempio le cosiddette popolazioni clusterizzate come tossicodipendenti attivi, carcerati e migranti. Il tutto è chiaramente complicato dall’assenza di vaccini: l’elevata variabilità del virus e la mancata identificazione del miglior target tra le proteine virali hanno impedito di individuarne di efficaci, come è capitato per HBV e HAV.
Oms: l’eradicazione del virus
«In accordo con l’obiettivo dell’Oms di eradicare il virus entro il 2030, a livello globale bisognerebbe poter identificare almeno il 90 per cento dei soggetti infetti per poterne trattare almeno l’80 per cento», prosegue il medico. A oggi però si ritiene che siano pochissimi i Paesi in grado di poter raggiungere l’obiettivo: secondo l’osservatorio Polaris, nel 2021 erano soltanto Egitto, Francia, Italia e Spagna. Il nostro Paese è rimasto allineato a questi obiettivi fino al 2018, grazie all’elevato numero di trattamenti annuali erogati, tuttavia le priorità della pandemia e l’esaurimento delle coorti di pazienti con infezione nota già afferenti ai centri epatologici hanno portato a una battuta d’arresto. «Se diamo per buone le stime dell’Istituto superiore di sanità e dell’osservatorio Polaris appare evidente come non riusciremo a raggiungere l’obiettivo dell’Oms entro i tempi indicati».
L’articolo completo su Farmacia News, novembre 2024