Il trapianto di fegato è uno tra gli interventi chirurgici più complessi: mediamente 12 ore di lavoro per un’équipe attorno alle cinquanta persone. Me ne ha parlato Umberto Cillo, presidente della Società italiana di trapianti d’organo, in un’intervista uscita su BenEssere di agosto a margine di un pezzo in cui racconto la storia di Rita Cuna, una paziente che lo ha subito diversi anni fa. «Tradizionalmente», mi ha detto il chirurgo, «era impiegato nei pazienti affetti da epatiti virali. Con l’avvento dei nuovi farmaci contro l’epatite B e C, è eseguito soprattutto su pazienti oncologici». Si tratta di una soluzione in alcuni casi inevitabile: non esistono macchine che sostituiscano la funzione del fegato, come la dialisi per il rene. Il problema dell’approvvigionamento di organi, che scarseggiano, è notevole: ancora oggi il 50 per cento dei fegati espiantati proviene da persone decedute a più di sessant’anni di età. Un’altra innovazione è rappresentata dalle macchine di perfusione, che consentono una maggiore durata degli organi fuori dal corpo durante il trasporto. A oggi la sopravvivenza a vent’anni dal trapianto è tra il 60 e il 70 per cento mentre il recupero post operatorio è spesso quasi impressionante: «Vediamo pazienti compromessi che, dopo qualche anno dall’intervento, riprendono un’attività normale spesso senza la necessità di terapie antirigetto particolarmente pesanti».

L’aiuto degli altri

Per aiutare chi sta attraversando o ha già vissuto un trapianto, Rita Cuna si dedica attivamente ad Aitf (Associazione italiana trapiantati di fegato), di cui è presidente della delegazione pugliese. Così lo sport, i viaggi che si susseguono in modo quasi compulsivo, quell’amore per la pizzica salentina, per la bicicletta e per tutto ciò che tiene vivo il suo moto perpetuo sono per lei un modo per dire grazie alla vita. «Ci sono molti giovani in salute che non hanno voglia di vivere e trapiantati che invece sembrano rinascere», mi ha detto. «Tra noi ci riconosciamo a prima vista da quella cicatrice a stella che portiamo sull’addome. Ma soprattutto dalla voglia di vita che abbiamo negli occhi».

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