Il pc peggiora la vista?

In parte sì. Già a metà Ottocento gli oculisti avevano capito che la miopia (cioè il difetto visivo che ci rende difficile vedere solo da lontano) è correlata a due fattori: da un lato la familiarità, dall’altro il tempo trascorso a vedere da vicino e, quindi, il livello di scolarità. «A un secolo e mezzo da allora confermiamo queste conclusioni», mi ha spiegato Filippo Cruciani, responsabile medico del Polo nazionale di servizi e ricerca per la prevenzione della cecità e la riabilitazione visiva degli ipovedenti presso il policlinico Gemelli di Roma. Del resto l’occhio umano è fatto essenzialmente per vedere da lontano: la vista da vicino richiede uno sforzo che con il tempo disabitua il cristallino (la lente interna al nostro occhio) a rilasciarsi per vedere da lontano. «Purtroppo però è sempre maggiore il tempo che trascorriamo in attività al chiuso o davanti a uno schermo, anche oltre l’orario di lavoro e studio», aggiunge l’oculista. «Così oggi è miope almeno un ragazzo su tre, in Occidente, e il dato è in aumento». Secondo uno studio pubblicato su Ophthalmology, si prevede che nel 2020 in tutto il mondo sarà miope oltre un terzo della popolazione e che entro il 2050 lo sarà circa la metà.

Le quattro regole davanti a pc e tablet

Ecco le norme di igiene visiva suggerite dalla sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb).
1. La distanza adeguata davanti al pc deve variare tra i 50 e gli 80 centimetri in funzione della dimensione dello schermo. «Teniamo in considerazione che più ci avviciniamo a un oggetto più gli occhi devono fare sforzo per mettere a fuoco e quindi maggiore sarà la stanchezza oculare», dice Cruciani. Posizioniamo la tastiera sul tavolo di lavoro in modo che ci sia lo spazio per appoggiare gli avambracci e teniamo lo schermo leggermente più in basso rispetto all’altezza degli occhi.
2. Quando lavoriamo al pc o davanti al tablet la nostra visione non dovrebbe essere disturbata da fonti luminose o da riflessi sullo schermo. «Inoltre la luminosità dello schermo va regolata affinché non sia eccessiva», aggiunge Cruciani, «e la luce ambientale deve essere uniforme. È invece sconsigliato lavorare al pc o al tablet al buio assoluto: è infatti importante poter alzare lo sguardo occasionalmente per non mantenere il fuoco sulla sola visione da vicino».
3. Facciamo una pausa di un quarto d’ora ogni due ore oppure di cinque minuti ogni tre quarti d’ora cercando di guardare oggetti posti a una distanza di almeno sei metri: «È importante infatti permettere di rilasciare l’accomodazione, ovvero la messa a fuoco da vicino, per ridurre il senso di pesantezza agli occhi. Per vedere da vicino serve infatti uno sforzo muscolare, e quindi maggiore energia, mentre oltre i quattro metri l’occhio è totalmente passivo: si limita a ricevere gli stimoli luminosi senza sforzo».
4. Se possibile, ad esempio sui dispositivi e-reader, scegliamo un carattere di scrittura ben leggibile e preferibilmente di colore scuro su sfondo chiaro. Evitiamo le pagine con abbinamenti cromatici stancanti come rosso e blu, giallo e viola o giallo e verde.

L’articolo completo su BenEssere, settembre 2017

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Le vitamine e i migliori integratori

Numerosi studi spiegano come tutti i nutrienti fondamentali all’organismo debbano venire prima di tutto dall’alimentazione, che deve essere varia e completa. Tuttavia in alcuni casi, in particolare quando sono presenti fenomeni di malassorbimento, l’uso di integratori di vitamine e sali minerali rappresenta una scelta necessaria. I cosiddetti integratori multivitaminici sono prodotti completi destinati a ripristinare le carenze vitaminiche specifiche. Tipicamente comprendono diverse vitamine tra le quali A, C, D, E, K, B (che comprende riboflavina, niacina, acido folico, vitamina B6, vitamina B12, tiamina e biotina) e poi ferro, calcio, magnesio, zinco, fosforo e rame. Utili per ritrovare l’energia persa, aiutano a superare lo stress e mantengono in buona attività anche il cervello. Inoltre le vitamine sono importanti in gravidanza, per favorire la normale crescita del bambino e per garantire un costante nutrimento alla madre, il cui organismo è messo a dura prova durante i nove mesi. Ricerche hanno inoltre dimostrato che un corretto apporto vitaminico aiuta a prevenire malattie tumorali e cardiovascolari e che, ovviamente, aiuta a prevenire l’insorgenza di carenze nutrizionali.

Ipotonici: gli integratori salini migliori

Discorso analogo per gli integratori idrosalini, importantissimi in particolare per gli sportivi ma non solo. Si tratta di supplementi costituti principalmente da acqua, sodio e potassio che permettono un veloce reintegro dei liquidi e dei sali minerali persi con l’eccessiva sudorazione durante l’attività fisica oppure in caso di febbre o di diarrea prolungata. Oltre che negli sportivi, l’uso di questo tipo di integratori è indicato nei bambini, nelle donne in gravidanza e in persone in età avanzata che hanno bisogno di un apporto adeguato di minerali. Tra le varie tipologie di integratori idrosalini è meglio optare per quelli ipotonici che si assimilano più velocemente ed evitano un accumulo di sali e dunque un lavoro eccessivo per i reni. Si tratta infatti di bevande la cui concentrazione determina una pressione osmotica inferiore a quella del plasma. Tra gli ingredienti basilari ci sono sali come quelli di cloro, sodio, potassio e magnesio ma sono in particolar modo gli ultimi tre a essere importanti nel caso di attività fisiche protratte e intense. In ogni caso gli integratori dovrebbero essere bevuti non troppo freddi per evitare effetti negativi sia sulla digestione che sulla salute.

Articolo tratto da Salute, dall’alimentazione al viaggio (inserto di SetteCorriere della Sera), 3 luglio 2017

I gioielli di famiglia

C’è qualcosa di più prezioso per un uomo dei propri testicoli? Probabilmente no: non a caso sono spesso definiti “gioielli di famiglia”. Queste due ghiandole ovoidali nell’uomo misurano circa 4-5 centimetri per 2,5, collocate nella borsa scrotale sotto il pene. Nella vita fetale si formano nell’addome e scendono solo negli ultimi mesi di gravidanza. In alcuni neonati uno o entrambi possono non scendere alla nascita ma settimane o mesi dopo. Quando questo non capita occorre intervenire chirurgicamente perché la condizione, detta criptorchidismo, aumenta di 40 volte il rischio di tumore al testicolo se non corretta entro il primo anno di vita. I testicoli hanno una doppia funzione: producono spermatozoi e testosterone, il più importante ormone maschile responsabile dei caratteri sessuali secondari (peli, barba, forza muscolare, voce profonda, libido e aggressività). «La produzione di testosterone inizia dalla nascita e ha due picchi», mi ha spiegato Bruno Giammusso, urologo presso il Policlinico Morgagni di Catania. «Il più importante è ovviamente durante la pubertà, ma ce n’è un primo meno noto nella fase neonatale quando per un breve periodo il bambino mostra valori di testosterone simili a quelli dei 14 anni. Si registra invece un lieve calo dopo i cinquant’anni, che è però fisiologico e non ha a che fare con la cosiddetta andropausa ovvero una riduzione sostanziale conseguenza di una condizione patologica detta ipogonadismo». La produzione di spermatozoi inizia invece con la pubertà e continua sostanzialmente invariata per tutta la vita.

Quanto contano le dimensioni?

Dopo la dimensione del pene, la seconda ossessione maschile è forse la grandezza dei testicoli. I medici rassicurano: «Non c’è da temere circa la loro diversa dimensione da uomo a uomo, se questa rientra nei limiti di normalità: non c’è infatti alcuna correlazione tra grandezza dei testicoli e virilità o capacità riproduttiva», dice Giammusso. I problemi ci sono quando il testicolo è patologicamente piccolo, ovvero meno di 4 centimetri di lunghezza e uno spessore inferiore ai 2. Niente da preoccuparsi inoltre se tra i due testicoli c’è una leggera differenza, di dimensioni o di posizione: nei due terzi dei maschi il sinistro è più grande. «Certo se l’asimmetria è evidente occorrerebbe un controllo», aggiunge l’urologo.

Impariamo a toccarceli

Più importante è l’autopalpazione per la diagnosi precoce del tumore al testicolo. Abbastanza raro nella popolazione generale, rappresenta la prima neoplasia tra i maschi entro i cinquant’anni. Negli ultimi trent’anni i casi sono aumentati del 45 per cento anche se la mortalità è calata del 70. Il tumore al testicolo si presenta come un nodulo o un gonfiore e con una sensazione di pesantezza. È quindi importante che gli uomini imparino a fare l’autoesame del testicolo, così come le donne fanno quello del seno, toccando le ghiandole alla ricerca di eventuali anomalie. «Questa pratica purtroppo non è ancora diffusa tanto che ancora oggi, nella maggioranza dei casi, il tumore al testicolo viene scoperto per caso», dice Giammusso.

punto esclamativoAutopalpazione, un salvavita. Effettuiamo la palpazione dopo una doccia o un bagno caldo, in modo che lo scroto sia rilassato e la sensibilità sia migliore. Facciamo scorrere delicatamente ciascun testicolo tra pollice e indice dall’alto verso il basso per notare la presenza di eventuali palline dure, parti non uniformi e lisce. Qualsiasi anomalia o stranezza andrebbe sottoposta al medico. Eseguiamo l’autopalpazione una volta al mese, dai 15 anni di età in poi.

L’articolo completo su Airone, agosto 2017

Contratture e crampi: cosa sono?

L’86 per cento degli italiani tra i 18 e i 54 anni dichiara di fare regolarmente attività sportiva nel corso dell’anno. A rivelarlo è una recente indagine condotta da Doxa Marketing Advice per conto della casa farmaceutica Dompé sulle attitudini e i comportamenti degli italiani nella pratica sportiva. «La ricerca mette in evidenza come lo sport sia un’attività costante per la maggioranza degli italiani: non lo fanno solo per un beneficio estetico, ma lo percepiscono come un modo efficace per prendersi cura della propria salute», ha dichiarato Massimo Sumberesi, direttore generale di Doxa Marketing Advice. Ma c’è un aspetto non sempre positivo: nonostante il 48 per cento degli intervistati si sia imbattuto in infortuni di vario genere praticando sport, solo il 36 per cento dichiara di prestarvi particolare attenzione e nel 35 per cento dei casi ricorre all’autodiagnosi.

Come riconoscere una contrattura

In particolare sul tema delle contratture muscolari, così frequenti negli sportivi amatoriali, il 61 per cento dice di averne sofferto, ma non saprebbe distinguerla da un crampo, uno strappo o una contusione. La contrattura è un meccanismo di risposta allo sforzo molto intenso e può dipendere dalle eccessive sollecitazioni sui fasci muscolari, da uno stato di affaticamento del muscolo, dall’insufficiente allenamento o riscaldamento, dalla presenza di problemi alle articolazioni, da movimenti poco razionali e violenti o dalla scarsa preparazione fisica. In ogni caso non va confusa con l’infiammazione, che può far seguito a un trauma e quindi va affrontata con un approccio specifico. «Riconoscere una contrattura è importante», mi ha confermato Deodato Assanelli, presidente della Società italiana di medicina dello sport e dell’esercizio (Simse). «Dopo un’attività i muscoli volontari contratti normalmente si rilasciano. Nelle contratture questo non avviene, provocando un’impotenza funzionale. Occorre quindi fermarsi immediatamente e riposare per evitare che la condizione degeneri in uno strappo, che rappresenta invece un danno fisico più duraturo».

Crampi e traumatismi

Discorso ancora diverso per i crampi, una forma più lieve di contrattura: anche in questo caso fermiamoci subito e massaggiamo la parte colpita. Per crampi e contratture la profilassi ha un peso: «Occorrono un’alimentazione adeguata, la giusta idratazione durante lo sforzo e un corretto apporto di elettroliti come potassio, magnesio e sodio, magari anche tramite integratori». Se lo strappo richiede quindi un approccio medico specifico, nel caso di crampi e contratture si può agire in genere autonomamente. Ma come distinguerli? In crampi e contratture il dolore regredisce spontaneamente, quando invece prosegue per giorni occorre il parere del medico: «In questi casi può essere prescritta un’ecografia», dice Assanelli.

punto esclamativoIl farmaco giusto. Recentemente la Fmsi, la Federazione medico sportiva italiana, ha stilato un decalogo per il benessere dell’atleta che ad esempio suggerisce ai medici di non prescrivere analgesici al bisogno, ma a orari e per una durata prestabiliti, aggiungendo indicazioni di dosaggio per paracetamolo, nimesulide, ibuprofene e altri. «In caso di contratture», precisa Assanelli «i miorilassanti, prescritti dal medico, possono aiutare più degli antinfiammatori».

L’articolo completo su BenEssere, agosto 2017

Quei blackout della memoria

Capita a tutti di avere vuoti di memoria, ma in alcuni casi (rari) il cervello sembra giocare brutti scherzi. Parliamo delle vere e proprie amnesie. Occorre però distinguere: da un lato ci sono quelle improvvise e temporanee, dall’altro vere e proprie perdite di memoria croniche e progressive. «Quando è presente un inizio di deterioramento cognitivo, ad esempio dovuto all’Alzheimer», mi ha spiegato Francesca Caso, neurologa presso l’ospedale San Raffaele di Milano, la perdita di memoria non è transitoria e si accompagna a un decadimento che all’inizio può interessare la capacità di ritenere nuove informazioni ma successivamente coinvolge altri ambiti cognitivi». In caso di altre patologie cerebrali, come tumori o ictus, il danno mnemonico è invece in genere soltanto uno dei sintomi.

Quando il cervello si “blocca”

Molto più frequentemente, quando la perdita di memoria è una sorta di blackout improvviso, siamo invece di fronte alla cosiddetta amnesia globale transitoria, dovuta a un malfunzionamento improvviso. «È come se per qualche tempo il cervello non immagazzinasse i ricordi, creando la percezione di un vuoto che normalmente dura poche ore e che si risolve senza lasciare danni. Può capitare anche ai giovani, ad esempio in periodi di forte stress, o comunque per cause ancora non note». Secondo alcuni studiosi questi fenomeni potrebbero infatti essere persino segno di piccoli attacchi ischemici transitori. L’amnesia globale transitoria fa comunque paura al paziente, che tipicamente si rivolge al pronto soccorso dove viene sottoposto a esami tra i quali una tac dell’encefalo, un ecocolor doppler e un elettroencefalogramma: «Tuttavia nella quasi totalità dei casi le indagini non rilevano nulla di patologico».

Quanto conta lo stile di vita

Anche altre condizioni psichiche, come stress e ansia, hanno il loro peso nella capacità di mantenere l’attenzione e di ricordare: è esperienza comune che in periodi di grande carico emotivo facciamo fatica a tenere a mente nomi e appuntamenti. Tuttavia conta molto anche lo stile di vita: «La nostra società offre molte opportunità per mantenere la memoria attiva», precisa Caso. Non è vero infatti che la tecnologia è nemica della capacità di ricordare: studi scientifici spiegano che perfino smartphone, tablet e pc possono essere utili a stimolare il cervello. Piuttosto, se oggi ci sentiamo più distratti e smemorati di un tempo è perché siamo esposti a un eccesso di stimoli che sovraccaricano il nostro funzionamento cognitivo. Viviamo infatti in una società che ci richiede di tenere a mente e svolgere più compiti contemporaneamente e nel minor tempo possibile, causando a volte stress psicofisico.

L’articolo completo su BenEssere, agosto 2017