Nel 1978 Landino Cugola fu il primo chirurgo della mano a eseguire un reimpianto di mano in Italia. Il paziente si chiamava Emanuele Balbo, ed era un giovanissimo falegname. Quarant’anni dopo Balbo è diventato un imprenditore della sanità e a capo della sua clinica privata di Este (Padova) ha deciso di assumere proprio Cugola, oggi in pensione, in qualità di direttore sanitario. Questa bella storia di riconoscenza ci ricorda come gli interventi di reimpianto di mani o dita amputate, ad esempio in incidenti sul lavoro, siano ormai consolidati da decenni. In questi casi il tempo è oro: occorre che il paziente entri in sala operatoria il prima possibile e che la parte staccata sia conservata correttamente per evitare un suo deterioramento. L’ideale è mettere subito la mano o il dito amputati al freddo, ad esempio in una borsa con il ghiaccio, ma mai a contatto diretto con esso perché ciò danneggerebbe i tessuti. Ma come avviene l’intervento? Per prima cosa si parte con un esame delle parti per rimuovere tessuti inutilizzabili e irrimediabilmente danneggiati, quindi si procede alla ricongiunzione delle singole parti: ossa, tendini e vasi (arterie e vene), per poi concludere con le suture più esterne. Ogni intervento alla mano, e a maggior ragione un reimpianto, richiede però sempre una riabilitazione che può durare per diversi mesi dopo l’operazione: è necessaria alla ripresa della funzionalità dell’arto.

L’importanza della mano

L’importanza di restituire la piena funzionalità delle mani, in caso di traumi, è intuitiva. Pensate infatti alle azioni che eseguite ogni giorno: quali potrebbero essere compiute senza usarle? Probabilmente nessuna. Questi due miracoli dell’anatomia ci consentono di lavorare, costruire oggetti, accudire i nostri figli e molto altro. «Tutti i pazienti me lo confermano», mi ha detto Marco Lanzetta, direttore scientifico dell’Istituto italiano di chirurgia della mano di Monza: «solo quando ci facciamo male alle mani ci rendiamo conto di quanto siano importanti». Sono in grado infatti di compiere due grandi tipologie di azioni: stringere con forza ma anche toccare con delicatezza. Oggi sempre più spesso impieghiamo le nostre mani in modi estremamente raffinati: grazie alle dita, compiono movimenti precisissimi utili alle attività più nobili come la comunicazione gestuale, l’uso dei dispositivi digitali, la scrittura a mano o il disegno.

Ora ci sono le protesi

Proprio Lanzetta si rese protagonista di un altro primato tutto italiano: vent’anni fa il chirurgo concluse infatti con successo, presso l’Hôpital Édouard Herriot di Lione (Francia), il primo trapianto di mano al mondo da cadavere. Ora racconta il lungo viaggio verso la realizzazione di quell’intervento in Una mano più in là (Cairo), e mi spiega: «Oggi il trapianto di mano è un intervento in parte superato dai progressi nella realizzazione di protesi dotate di sensibilità, sempre più vere e proprie mani bioniche». Inoltre il trapianto di mano pone il rischio del rigetto: il paziente è pertanto obbligato ad assumere farmaci immunosoppressori a vita e in modo regolare. «Non sempre però è così scrupoloso», dice Lanzetta. «Inoltre come chirurghi dobbiamo chiederci se imporre al paziente di assumere questi farmaci, non privi di effetti collaterali, valga veramente la pena a fronte di un trapianto non salvavita».

L’articolo completo su Airone, ottobre 2018

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