Eventi cardiovascolari come infarti e ischemie sono ancora oggi tra le principali cause di morte per malattia nei Paesi occidentali: lo stile di vita, l’inquinamento, il fumo, un’alimentazione non adeguata e la scarsa attività fisica hanno infatti un impatto decisivo su cuore e vasi. L’ipercolesterolemia in particolare continua a rappresentare una sfida clinica rilevante nella prevenzione cardiovascolare, nel mondo occidentale.

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In particolare le evidenze epidemiologiche disponibili in Italia derivano principalmente dalle indagini condotte nell’ambito del Progetto CUORE dell’Istituto superiore di sanità, che ha analizzato campioni rappresentativi della popolazione adulta di età compresa tra 35 e 74 anni. In questo contesto, la prevalenza di ipercolesterolemia – definita come concentrazione di colesterolo totale ≥240 mg/dL o trattamento farmacologico ipolipemizzante in atto – risulta pari al 21 per cento negli uomini e al 23 per cento nelle donne.

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In questo contesto sono stati recentemente annunciati nuovi risultati dello studio MILOS, che dimostrano l’impatto dell’acido bempedoico, che produce una riduzione della sintesi epatica di colesterolo, nella gestione della dislipidemia nella pratica clinica reale, sia in monoterapia che in associazione a dose fissa con ezetimibe. Presentati al Congresso ESC 2026 a Monaco di Baviera dal 28 al 31 agosto, i risultati mostrano che le riduzioni clinicamente rilevanti del colesterolo legato alle lipoproteine a bassa densità (C-LDL), ottenute entro il primo anno di trattamento, sono associate a una riduzione clinicamente significativa del rischio cardiovascolare stimato a 10 anni.

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Dell’acido bempedoico in monoterapia, in associazione con ezetimibe e in triplice terapia con statine ho parlato diffusamente in un report realizzato per un gruppo di miglioramento che ha coinvolto esperti italiani di dislipidemie lo scorso marzo a Padova. Dall’incontro è tra l’altro emerso come la triplice terapia possa rappresentare in alcuni casi un’alternativa maggiormente sostenibile rispetto anche ai PCSK9i, anticorpi monoclonali che neutralizzano la proteina PCSK9 prevenendo la degradazione lisosomiale dei recettori LDL.

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I dati dello studio MILOS rafforzano ulteriormente il valore clinico dell’acido bempedoico e della sua associazione a dose fissa con ezetimibe in un’ampia varietà di sottogruppi di pazienti, indipendentemente dal sesso e dal profilo glicemico (inclusi diabete, prediabete e normoglicemia). «Questi risultati rafforzano la fiducia dei medici nell’impiego di questa molecola e della sua associazione a dose fissa con ezetimibe in diversi sottogruppi di pazienti», ha spiegato Klaus G. Parhofer, professore di Endocrinologia e metabolismo all’Università di Monaco di Baviera. I risultati mostrano infatti una riduzione della stima del rischio cardiovascolare costante in entrambi i sessi. Inoltre gli outcome sono confermati indipendentemente dallo stato glicemico e dalla presenza o meno di diabete. «La conferma proveniente dai dati di real-world ci dà maggiore fiducia nell’utilizzo dell’acido bempedoico, consentendoci di gestire al meglio i nostri pazienti a rischio».