Il diabete di tipo 1 è una malattia cronica causata dalla distruzione, su base autoimmunitaria, delle cellule beta del pancreas che producono insulina. Secondo dati del Ministero della salute, in Italia le persone con diabete di tipo 1 (condizione che rappresenta il 10 per cento di tutti i casi di diabete) sono circa 300mila, con una prevalenza dello 0,5 per cento sull’intera popolazione italiana e una dello 0,22 per cento su tutti i bambini in età pediatrica. La sua incidenza è in costante aumento.

Netta riduzione della chetoacidosi

Considerando questi numeri e il peso psicosociale, oltre che economico, di questa condizione specie in età pediatrica è evidente come uno screening precoce che consenta una diagnosi tempestiva sia fondamentale. Da questo punto di vista appaiono più che soddisfacenti i risultati emersi dal progetto D1Ce (Diabetes type 1 and Celiac disease Screen Study), implementato dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con un pool di esperti e con i pediatri di libera scelta, con lo scopo di portare a un’ottimale applicazione della legge 130/23, recante disposizioni proprio sui programmi di screening per il diabete di tipo 1 e per la celiachia. Ciò che emerge dai risultati del progetto è infatti che nelle quattro regioni coinvolte (Lombardia, Marche, Campania e Sardegna) si è assistito a una riduzione del 26 per cento dei casi di chetoacidosi diabetica e del 49 per cento di quelli gravi.

Diabete, una sfida da vincere

Che cos’è la chetoacidosi diabetica

Questa condizione, grave complicanza proprio del diabete di tipo 1, si verifica quando il corpo non produce abbastanza insulina e inizia a scomporre i grassi per produrre energia, causando un accumulo di chetoni nel sangue. Ciò porta a iperglicemia, acidosi e perdita di liquidi. Senza un trattamento medico immediato il paziente è a rischio di coma e morte. «Nelle regioni dove è stato avviato il progetto di screening, i bambini hanno avuto una probabilità significativamente più bassa di arrivare alla diagnosi di diabete in chetoacidosi, anche grave», ha spiegato Valentino Cherubini, presidente della Società italiana di diabetologia ed endocrinologia pediatrica e primo autore dello studio, pubblicato su Diabetes, Obesity and Metabolism, che ha presentato i dati del progetto D1Ce.

Emergenza diabete

Il ruolo centrale del pediatra

Come detto il progetto ha coinvolto i pediatri di libera scelta che, opportunamente formati e sensibilizzati sui rischi di un esordio non gestito di diabete di tipo 1, hanno eseguito i prelievi per lo screening nei bambini da loro seguiti. «In questo senso il progetto dimostra anche come l’unione tra fondazioni, scienza, medicina specialistica e del territorio, politica e persone con diabete possa migliorare la salute pubblica», aggiunge Francesca Ulivi, direttore generale della Fondazione italiana diabete e coautrice della pubblicazione.

Giornata mondiale del diabete, parliamo delle complicanze

Italia all’avanguardia nello screening

Va peraltro segnalato che l’Italia è stato il primo paese al mondo a introdurre una norma sullo screening gratuito e volontario del diabete tipo 1 e della celiachia nei bambini. Approvata nel settembre 2023 all’unanimità, la legge 130/23 mira a evitare complicanze che oltre a mettere a rischio la vita dei bambini aumentano la necessità di cure e ricoveri in terapia intensiva, e dunque i costi per il sistema.

Un nuovo tipo di diabete?

Uno studio pubblicato su Lancet Diabetes & Endocrinology ha identificato un nuovo sottotipo di diabete giovanile non autoimmune nell’Africa subsahariana. Su circa 900 giovani trattati con insulina oltre il 65 per cento era infatti negativo agli autoanticorpi pancreatici tipici del diabete di tipo 1. Inoltre non mostravano alcuna caratteristica che potesse portare a una diagnosi di diabete di tipo 2 o a un diabete da malnutrizione. Ciò ha portato gli studiosi a supporre l’esistenza di una forma distinta, caratterizzata da grave carenza insulinica ma senza autoimmunità. Tale forma è stata riscontrata anche tra alcuni giovani afroamericani negli Usa, mentre è totalmente assente nei bianchi: ciò suggerisce un possibile ruolo di fattori ambientali o ancestrali.