Il carcinoma della mammella è il tumore più frequentemente diagnosticato nelle donne in Italia. Secondo il report 2024 I numeri del cancro in Italia, pubblicato da Aiom, lo scorso anno sono state stimate circa 53.065 nuove diagnosi nelle donne e 621 nei maschi. Nonostante oggi la sopravvivenza netta a cinque anni dalla diagnosi sia dell’88 per cento, solo nel 2022 erano stati stimati 15.500 decessi. A oggi sono 925mila le donne viventi in Italia dopo una diagnosi di cancro al seno.

Uno studio per il WCD 2025

In occasione del World Cancer Day 2025, che si celebra oggi in tutto il mondo, è particolarmente interessante leggere i dati di un recente studio sulla prognosi di questa patologia condotto da ricercatori dell’Istituto per l’endocrinologia e l’oncologia sperimentale del Cnr e dell’Università Federico II di Napoli. I risultati, pubblicati sulla rivista Science Advances, sono emersi nel corso di uno studio iniziato nel 2016 e aggiungono un importante tassello alla comprensione delle complesse interazioni tra il sistema immunitario e questa neoplasia.

Il ruolo dei linfociti T regolatori

In particolare i ricercatori hanno scoperto il ruolo prognostico di un particolare tipo di cellule del sistema immunitario nel carcinoma mammario, i linfociti T regolatori, presenti ad alte concentrazioni sia nei tumori primari che nel sangue delle donne con una prognosi più sfavorevole. Queste cellule sono associate allo sviluppo di microambienti tumorali particolarmente aggressivi.

Tumore al seno per 1 donna su 8

Una strategia terapeutica?

Nel cancro alla mammella i linfociti T regolatori possono essere un bersaglio importante di cura: se eliminate selettivamente, infatti, la neoplasia può essere distrutta in maniera efficace. «I linfociti T regolatori limitano la risposta immunitaria antitumorale attraverso l’espressione di molecole di superficie inibitorie, note con il nome di checkpoint», spiega Veronica De Rosa, immunologa del Cnr. «Ciò in pratica favorisce la progressione e la successiva metastatizzazione del tumore. Tuttavia se sono bloccati, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia, ciò potrebbe permettere al sistema immunitario di riattivarsi per distruggere il tumore».

Le complessità attuali

La messa a punto di una strategia basata sull’eliminazione dei linfociti T regolatori è però particolarmente complessa: «Queste cellule non sono tutte uguali e ciò rende difficile identificare marcatori specifici con cui discriminare quelle presenti nel sangue, importanti per mantenere una corretta funzione immunitaria, da quelle presenti all’interno del tumore e che gli consentono di crescere», aggiunge De Rosa.

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I linfociti T regolatori per la prognosi

D’altro canto il gruppo di ricerca ha però dimostrato che i tumori primari di donne affette da carcinoma mammario ormono-positivo presentano una maggiore quantità di linfociti T regolatori: misurando la loro frequenza nel sangue grazie alle biopsie liquide gli studiosi sono stati in grado di predire la prognosi delle pazienti già al momento della diagnosi. Peraltro è stato anche evidenziato che misurando i linfociti T regolatori che esprimono una proteina all’interno del tessuto tumorale, la FOXP3E2, è possibile anticipare fino a vent’anni sia la prognosi sia le possibili ricadute non solo nelle donne con carcinoma mammario, ma anche in pazienti affetti da carcinoma papillare renale, carcinoma a cellule squamose della cervice e adenocarcinoma polmonare. I risultati ottenuti, se confermati in studi clinici più ampi, potrebbero quindi permettere di sviluppare nuovi marcatori prognostici e predittivi e di individuare bersagli terapeutici altamente specifici.