Il concetto di medicina di genere deve diventare pratica clinica: troppo spesso se ne parla superficialmente senza agganciare il termine a reali cambiamenti in termini di prevenzione, diagnosi e cura. Un esempio riguarda il carcinoma uroteliale, tumore maligno che interessa l’urotelio, ovvero il tessuto che riveste internamente le vie urinarie. In particolare il tumore della vescica (tra il 90 e il 95 per cento dei casi di carcinoma uroteliale) è considerato erroneamente una patologia maschile. Tuttavia, se è vero che nel 2023 sono state stimate in Italia “solo” 6mila diagnosi femminili sulle 29.700 totali, l’incidenza tra le donne è in crescita: secondo dati riportati dalla Federation of Italian Cooperative Oncology Groups, in cinque anni è aumentata dell’11 per cento.
Cancro della vescica, criticità diagnostiche
Quanto pesa il fumo nelle donne
Tra le ragioni c’è un’esposizione crescente al principale fattore di rischio: il fumo. È noto infatti che i fumatori sviluppano il tumore della vescica due volte più spesso dei non fumatori e che un caso su due di tumori alla vescica nelle donne è determinato dall’aumento dell’abitudine al tabacco, responsabile anche dell’analogo trend registrato nei tumori del polmone e del pancreas. Si calcola che a una ex fumatrice possano servire fino a quindici anni per riportare le percentuali di rischio allo stesso livello di quelle delle non fumatrici.
L’approccio integrato al tumore alla vescica
La medicina di genere
Ma le incidenze in crescita sono solo una parte del problema, purtroppo: i dati dimostrano che nelle donne è più frequente la diagnosi a uno stadio avanzato e con peggiori prognosi e outcome. Vari aspetti di questa patologia richiedono pertanto, mai come oggi, un approccio di medicina di genere: epidemiologia, esposizione ai fattori di rischio, prognosi ma anche terapie. Ad esempio sono diversi gli effetti collaterali, le dinamiche connesse all’aderenza e la stessa accettazione psicologica del trattamento.
Vescica, quel tumore sottovalutato
I sintomi nelle donne
Esistono differenze di genere anche a riguardo della sintomatologia. Molto frequentemente si verificano infatti ritardi nella diagnosi nelle donne, per vari motivi:
- Per ragioni puramente anatomiche il getto urinario è meno “sotto gli occhi” delle donne rispetto agli uomini, e ciò potrebbe portare le prime a non notare subito eventuali tracce di sangue che sono, di fatto, il campanello d’allarme più comune;
- Quando le notano, in molti casi le donne tendono a sottovalutarle, pensando si possa trattare di tracce di sangue mestruale;
- Inoltre le donne sono più soggette rispetto agli uomini a infezioni del tratto urinario e pertanto sono più abituate ai sintomi urinari, che potrebbero sottovalutare;
- Quando decidono di chiedere aiuto, almeno inizialmente le donne sono più propense a rivolgersi al ginecologo o al medico di medicina generale che potrebbe prescrivere cicli, a volte ripetuti, di antibiotici supponendo una causa infettiva. Così però tardano il più appropriato consulto con l’urologo, figura con cui hanno meno dimestichezza rispetto ai maschi, con il rischio di giungere in ritardo alla diagnosi corretta.
Peggiore sopravvivenza femminile
Per queste ragioni spesso le donne iniziano il trattamento per il cancro alla vescica con maggiore ritardo rispetto agli uomini: gli uomini, infatti, vengono sottoposti a cistoscopia generalmente più rapidamente e iniziano il trattamento prima. Così, secondo un rapporto pubblicato dal National Cancer Institute, i tassi di sopravvivenza per le donne con tumore della vescica sono inferiori rispetto a quelli degli uomini in tutte le fasi della malattia: nel nostro Paese quella netta a 5 anni dalla diagnosi è stata, nel 2023, dell’80 per cento per gli uomini e del 78 per cento per le donne.