Un dolore urente o simile a punture di spilli, intermittente oppure continuo, in una delle parti più intime del corpo femminile: la vulva. Quando dura da almeno 3-6 mesi e non è riconducibile a lesioni, infezioni o altre patologie, probabilmente siamo in presenza di vulvodinia. Il problema affligge dal 10 al 18 per cento delle donne, arrivando a impedire i rapporti sessuali, a ostacolare studio, lavoro, socialità e la possibilità di condurre una vita normale. Non riconosciuta dal Sistema sanitario nazionale e spesso ignorata dai medici che tendono a considerarla un disturbo psicosomatico, la vulvodinia viene diagnosticata in media con 5 anni di ritardo. E dopo la diagnosi molte donne rinunciano alle cure, non potendole sostenere di tasca propria o perché pochi specialisti si occupano del problema.
Quali aree colpisce
«Il dolore vulvare colpisce i genitali esterni femminili», ha spiegato Alessandra Graziottin, direttrice del Centro di ginecologia e sessuologia medica all’Ospedale San Raffaele Resnati di Milano a margine della conferenza Vulvodinia: guarire si può?! organizzata a gennaio a Roma sotto l’egida dell’Accademia di salute pubblica. «Può interessare il vestibolo vulvare, l’area compresa all’interno delle piccole labbra al di sotto del clitoride, l’area clitoridea oppure tutta la vulva. Si parla specificamente di vestibolodinia quando il dolore interessa il vestibolo vulvare».
Una patologia esclusa dai Lea
Nonostante il suo pesante impatto sulla sessualità e sulla qualità di vita generale delle pazienti, la malattia non è attualmente inclusa nei Lea: «Ciò si traduce nell’assenza di esenzione per patologia, nella non copertura di tutta una serie di trattamenti e nella mancanza di centri ad hoc, in ambito di sanità pubblica, capaci di affrontare il problema», precisa Filippo Murina, direttore scientifico dell’Associazione italiana vulvodinia Onlus e responsabile del Servizio di patologia del tratto genitale inferiore all’Ospedale “V. Buzzi” di Milano.
Terapie: la spermidina
La patologia peraltro richiede un approccio multidisciplinare e l’impiego di più terapie: dai prodotti topici ai farmaci, dalle infiltrazioni ai trattamenti fisico-riabilitativi, dalle tecniche strumentali alla psicoterapia fino ai cambiamenti di stili di vita e di dieta. Uno studio clinico pubblicato a dicembre sull’Open Journal of Obstetrics and Gynecology sembra dimostrare come un gel per uso topico a base di spermidina, veicolata da acido ialuronico, sia in grado di ridurre il dolore vestibolare del 76 per cento e di alleviare il disagio durante i rapporti sessuali del 50 per cento. «Si tratta di risultati promettenti nell’ambito di un approccio multimodale e che mostrano la necessità di selezionare accuratamente le pazienti che possono trarne beneficio, in base alle loro caratteristiche e alla tipologia di malattia». Naturalmente occorreranno altri studi per validare l’efficacia di questa terapia così da poterla implementare nei percorsi di trattamento.