Sempre più persone si avvicinano alla chirurgia refrattiva, con l’obiettivo di eliminare miopia, astigmatismo e ipermetropia e liberarsi finalmente degli occhiali. Molti, complici le informazioni non sempre corrette che circolano in rete, si interrogano sulle diverse tecniche disponibili: si sente parlare sempre più spesso, in particolare, di Lasik e Prk. «Non dovremmo però concentrarci sulle specifiche metodiche, che peraltro sono ben più di due», mi ha spiegato Paolo Vinciguerra, presidente dell’Associazione italiana di chirurgia della cataratta e refrattiva e responsabile dell’Unità operativa di oculistica presso l’Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano).

Come scegliere il tipo di intervento

In ogni caso queste si differenziano tra loro solo per le fasi preparatorie al trattamento laser vero e proprio: alcune di queste lavorano solo sulla superficie della cornea, altre più in profondità – anche se sempre entro lo spessore corneale – dopo avere tagliato e sollevato un primo strato. «Solo l’oftalmologo può individuare la tecnica più adatta al paziente considerando caratteristiche dell’occhio, tipologia di difetto e numero di diottrie mancanti», prosegue il medico. Oggi l’oftalmologia va nella direzione di trattamenti customizzati, che tengono cioè in considerazione le caratteristiche uniche di ciascun occhio: «Soltanto così possiamo evitare complicanze come, ad esempio, la visione di aloni attorno alle luci in condizioni di scarsa illuminazione».

Indagini preoperatorie

Ma non basta: «Per garantire un risultato ottimale e la dovuta sicurezza, prima dell’intervento sono necessarie valutazioni preliminari finalizzate a scartare quel 25 per cento circa di pazienti che, a causa di patologie o particolari conformazioni dell’occhio, non sono candidati adatti alla chirurgia laser». Tra queste ci sono le distrofie corneali (il cheratocono è solo una delle forme), un glaucoma grave oppure un insufficiente spessore della cornea stessa. Il paziente viene quindi sottoposto a indagini quali la topografia corneale, ovvero una mappatura che ne rileva la forma esatta, la pachimetria, che ne indaga lo spessore (se una cornea è troppo sottile non può ovviamente essere sottoposta a un’asportazione di una “fetta” superficiale), e ancora indagini che ne valutano resistenza meccanica e densità cellulare, lo studio della consistenza del film lacrimale che ricopre la cornea, l’Oct del segmento anteriore (una sorta di tac che studia la parte di occhio compresa tra cornea e cristallino) e la tonometria, cioè la misurazione della pressione oculare necessaria a escludere un ipertono, causa di glaucoma.

Occhio alle lenti a contatto

L’intervento, della durata di pochi minuti, viene eseguito in genere su entrambi gli occhi nella stessa seduta operatoria e in anestesia locale (sotto forma di gocce). L’unica importante accortezza da parte del paziente è quella di sospendere l’utilizzo delle lenti a contatto per almeno una settimana prima dell’intervento: «L’impronta lasciata dalle lenti sulla cornea non deve influenzare i risultati delle rilevazioni». Il postoperatorio non dà particolari fastidi: «Possono essere prescritti antidolorifici per un paio di giorni», conclude Vinciguerra, «e la ripresa di una qualità di vista perfetta è pressoché immediata».

L’articolo completo su Salute in famiglia, 6/2019