Si fanno passi in avanti nel trattamento dell’Alzheimer. A marzo ad esempio, in occasione della ventesima International Conference on Alzheimer’s and Parkinson’s Diseases and Related Neurological Disorders tenutasi a Copenaghen, sono stati presentati i dati di efficacia e aderenza di lecanemab, anticorpo monoclonale diretto contro le protofibrille di beta-amiloide. I risultati non parlano solo di successo nel lungo termine ma anche di un’elevata continuità di trattamento nella pratica clinica reale.

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Efficacia e aderenza

Un’analisi real world condotta su oltre 10mila pazienti mostra infatti che il 78,4 per cento rimane in trattamento a 18 mesi, il 71,7 per cento a 20 mesi e il 67,3 per cento a 24 mesi. Si tratta della prima evidenza di pratica clinica disponibile oltre i 18 mesi, un dato particolarmente rilevante perché mostra chiaramente come la maggior parte dei pazienti continui a beneficiare della terapia e scelga di proseguirla nel tempo. L’elevata aderenza osservata suggerisce inoltre che eventuali complessità gestionali, come i requisiti di monitoraggio tramite risonanza magnetica o la gestione degli eventi avversi, non abbiano interferito in modo significativo con la continuità della somministrazione del trattamento.

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L’azione di sulfavant A

Ma le possibili terapie seguono anche altre strade. Solo un mese prima, a febbraio, il Cnr aveva inoltre annunciato un’altra novità che potrebbe consentire nuovi approcci terapeutici basati sul rafforzamento delle difese naturali del cervello dalla degenerazione tipica della malattia di Alzheimer. A coordinare lo studio è stato l’Istituto di chimica biomolecolare del Cnr di Pozzuoli in collaborazione con l’Università degli studi di Napoli Federico II e altri istituti di ricerca. Al centro dell’indagine, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Neuroinflammation, c’è lo sviluppo di sulfavant A, composto di sintesi in passato già oggetto di studio per la sua capacità di potenziare la difesa naturale dell’organismo nel trattamento dei tumori e nel contrasto ad agenti patogeni come i batteri.

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Le cellule “spazzino” del cervello

Nei modelli preclinici, sulfavant A ha dimostrato di modulare in modo selettivo l’attività della microglia, le cellule immunitarie del sistema nervoso deputate alla sorveglianza e alla rimozione di detriti cellulari e aggregati proteici. Questo aspetto è particolarmente rilevante nell’Alzheimer, dove l’accumulo extracellulare di beta-amiloide può aggregare in placche, contribuendo a neurotossicità e perdita neuronale.

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Un approccio diverso

In questo contesto il trattamento con sulfavant A ha ridotto, e in parte prevenuto, la formazione delle placche, con un effetto protettivo sui neuroni e un conseguente miglioramento delle funzioni di memoria. «Il lavoro suggerisce un vero e proprio cambio di prospettiva nel trattamento della malattia», spiega Angelo Fontana, coordinatore del team di studiosi. «In pratica, non ci si concentra esclusivamente sulla rimozione diretta delle placche amiloidi, ma si mira a sostenere e potenziare i meccanismi endogeni di difesa del cervello, con particolare attenzione al ruolo dell’immunità innata». In particolare lo studio si è concentrato sulla modulazione dei meccanismi di clearance già presenti nel cervello, con l’obiettivo di aumentarne l’efficienza in modo selettivo senza intervenire esclusivamente sulla distruzione diretta dei depositi.

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Riduzione delle placche beta-amiloidi

Nei modelli preclinici di malattia di Alzheimer, il trattamento con sulfavant A ha determinato una marcata riduzione delle placche di beta-amiloide, una diminuzione dei segni di degenerazione neuronale e un miglioramento significativo delle prestazioni nei test di memoria e apprendimento. «I dati suggeriscono che il sostegno alla funzione microgliale, oltre a un intervento diretto sui depositi amiloidei, possa contribuire al ripristino di un equilibrio fisiologico compromesso nelle fasi di malattia», aggiunge Marcello D’Amelio, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, ente che ha collaborato alla ricerca.