Al mondo si stima che circa 6,2 milioni di persone siano affette dalla malattia di Parkinson, valore destinato a raddoppiare entro il 2040. In Italia i pazienti sono circa 300mila con un’età media di esordio intorno ai 60 anni, anche se circa un paziente su dieci sviluppa la malattia prima dei 40. Seconda patologia neurodegenerativa progressivamente disabilitante più comune al mondo, è causata dalla degenerazione dei neuroni dopaminergici che determina la carenza del neurotrasmettitore dopamina. Conseguentemente, le aree del cervello che regolano i movimenti del corpo non funzionano correttamente causando il rallentamento e mancanza di coordinazione.
Parkinson, l’evoluzione delle terapie
Terapia sostitutiva: la levodopa
Nel suo decorso naturale la patologia è accompagnata da sintomi motori, come tremore a riposo, rigidità e bradicinesia, e non motori, tra cui dolore, disturbi del sonno, depressione e ansia, nonché demenza e disturbi dell’equilibrio. Il trattamento della malattia di Parkinson si basa principalmente sulla terapia sostitutiva per compensare la carenza di dopamina: si somministrano farmaci tra i quali quello maggiormente utilizzato è la levodopa. Inizialmente il farmaco induce un evidente miglioramento dei sintomi ma, nel corso degli anni, la sua efficacia tende a diminuire a causa della progressiva perdita di cellule nervose. Così i pazienti affrontano una maggiore difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane.
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Episodi di off
Inoltre l’uso prolungato della levodopa può generare effetti collaterali come la comparsa di movimenti involontari (discinesie) e di fluttuazioni motorie (effetti “on-off”): il paziente alterna cioè momenti caratterizzati da capacità motoria (on) con altri in cui si verifica un blocco dei movimenti (off). «Nonostante la disponibilità di trattamenti medici e chirurgici, gli episodi di off restano estremamente limitanti per chi vive con la malattia di Parkinson rappresentando una sfida decisiva», ha spiegato Fabrizio Stocchi, professore di neurologia presso l’Università San Raffaele di Roma. Negli ultimi anni sono state introdotte terapie innovative in grado di stabilizzare i livelli di dopamina e ridurre queste fluttuazioni motorie: tra questi famaci c’è l’apomorfina, un agonista della dopamina.
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Formulazione sublinguale
Un’importante novità è oggi rappresentata dal lancio sul mercato italiano del primo film sublinguale a base di apomorfina: questa formulazione rappresenta una più facile via di somministrazione rispetto all’iniezione e un intervento immediato al momento della manifestazione del sintomo anche in condizioni non ottimali, ad esempio fuori casa o in assenza del caregiver. «Trattamenti on demand come questo film sublinguale di apomorfina offrono ai pazienti un maggiore controllo e rappresentano una nuova promettente opzione per medici, pazienti, caregiver e famiglie», conclude Stucchi.
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I centri di riferimento
Naturalmente l’adozione di questa come le altre opzioni terapeutiche richiede un’accurata valutazione clinica, una comunicazione efficace con il paziente che includa gli obiettivi della terapia e la modalità di assunzione: il percorso di cura necessita pertanto di un’integrazione nelle attività svolte tra i centri di riferimento per la malattia di Parkinson, medicina territoriale e assistenza domiciliare.