Le emorragie post partum sono ancora un problema in moltissimi luoghi del mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità evidenzia che questa grave evenienza è, a livello globale, la prima causa di mortalità e grave morbosità materna. È infatti responsabile di circa un quarto delle morti che avvengono in gravidanza, al parto o durante il puerperio, di cui la gran parte si verifica nei paesi del Sud del mondo. Studi riportano una prevalenza di emorragie con perdite ematiche uguali o superiori ai 500 millimetri pari al 10,8 per cento a livello globale, pur con un’ampia variabilità regionale compresa tra il 7,2 dell’Oceania e il 25,7 per cento dell’Africa. In Europa e Nord America il tasso di assesta al 13 per cento.
Un device salvavita
È in questo contesto che un progetto italiano ha messo a punto un prototipo di device potenzialmente salvavita da impiegare in contesti a rischio. Si tratta di un dispositivo low-cost ideato nel contesto del progetto Bambi, sviluppato da un team di ricerca multidisciplinare del Politecnico di Milano e ora pronto per la fase finale di sperimentazione, ovvero i trial clinici sulle pazienti. Il progetto è partito da un’idea di Alberto Zanini, ginecologo ed ex responsabile di Ostetricia e ginecologia dell’Ospedale “Sacra Famiglia” di Erba (Como), che nel corso delle sue attività di volontariato in diversi Paesi africani e del Sud-est Asiatico caratterizzati da un’elevata mortalità materna ha potuto riscontrare in prima persona la gravità e la diffusione del problema. È stato Zanini a coinvolgere il team multidisciplinare di docenti e ricercatori del Politenico, che insieme a lui hanno realizzato il prototipo.
Low cost e facilmente disponibile
«Con Bambi vogliamo dimostrare che è possibile coniugare innovazione tecnologica e impatto sociale», ha spiegato Maria Laura Costantino, coordinatrice scientifica del progetto e docente presso il dipartimento di Chimica, materiali e ingegneria chimica al Politecnico. «Il nostro obiettivo è offrire una soluzione concreta, accessibile e sicura. Per questo puntiamo a rendere questo dispositivo disponibile ovunque ce ne sia bisogno, anche nei contesti più fragili, grazie a un approccio ingegneristico essenziale e orientato all’accessibilità».
Come funziona Bambi?
Il prototipo del dispositivo è costituito da un kit contenente componenti disponibili anche in contesti a basse risorse: una sonda rettale, un coprisonda e una sacca preriempita di soluzione salina munita di una clamp. Dopo il parto, in caso di emorragia uterina la sonda viene inserita e posizionata dentro l’utero dove il coprisonda, vincolato a essa mediante il connettore, viene gonfiato per mezzo della soluzione salina, trasformandosi in un palloncino in grado di tamponare direttamente dall’interno le perdite di sangue.
La carenza di ferro è sottodiagnosticata
Utilizzabile da tutti
La campagna sperimentale per la validazione funzionale e l’analisi dell’usabilità ha dimostrato che Bambi è efficace sia in termini di correttezza della procedura che di tempo di assemblaggio anche quando utilizzato da operatori non esperti. Un aspetto, questo, fondamentale: in aree povere sia di mezzi che di strutture sanitarie, reperire personale specializzato può risultare complicato o impossibile.