In Italia sono circa 6mila le persone di entrambi i sessi (con una leggera predominanza di uomini) che convivono oggi con la sclerosi laterale amiotrofica, o Sla. Se l’incidenza rimane stabile da tempo (circa tre nuove diagnosi ogni 100mila abitanti ogni anno), è la prevalenza a crescere: ciò sarebbe dovuto al miglioramento dell’assistenza e al generale miglioramento delle condizioni di vita della persona malata.
L’accumulo di danno al Dna
Oggi però si aggiunge un tassello alla
comprensione dei meccanismi molecolari alla base dell’accumulo di danno al Dna nelle cellule affette: lo studio che ha portato a questi risultati, condotto presso il Cnr di Pavia con il coinvolgimento di un team di ricercatori dell’Ifom di Milano, dell’Istituto Mondino di Pavia e degli atenei romani Sapienza e Tor Vergata, è stato pubblicato su
Cell Death & Differentiation.
Sla, una sfida da affrontare insieme
I risultati dello studio
I risultati rivelano che gli aggregati delle proteine FUS e TDP-43, che si accumulano nei pazienti, impediscono alle cellule di segnalare e riparare il danno al Dna: questo porta a un rapido accumulo del danno, causando la perdita di funzionalità del genoma e sofferenza cellulare. Mentre nelle persone sane le cellule dell’organismo riescono a riparare prontamente i molteplici danni subiti ogni giorno dal Dna attraverso un processo noto come
Dna Damage Response, nei pazienti affetti da Sla tale risposta cellulare non funziona in modo efficace contribuendo alla neurodegenerazione.
Una speranza per i pazienti con Sla
Il meccanismo patogenetico
«La conseguenza di questa disfunzione», spiega Sofia Francia, ricercatrice del Cnr che ha coordinato lo studio, «è che
il Dna danneggiato si accumula velocemente nelle cellule, portando a perdita di funzione del genoma e a una sofferenza della cellula stessa. L’identificazione degli attori maggiormente coinvolti da questo difetto ci ha permesso di testare a livello cellulare una terapia con un farmaco già approvato per le sue azioni antibatteriche e che recentemente ha dimostrato avere anche azioni antitumorali». I risultati ottenuti sono estremamente promettenti, in quanto rappresentano un primo passo che consentirà agli studiosi di proseguire gli studi su modelli più avanzati e, auspicabilmente, arrivare a potenziali nuove terapie.
Sla, novità da uno studio italiano
35mila casi in Europa nel 2040
Ancora oggi la Sla rappresenta una delle sfide più difficili per gli studiosi delle malattie neurodegenerative:
l’assenza di terapie risulta in un peso considerevole sul Sistema sanitario nazionale. Peraltro si prevede che nel 2040 il numero di persone diagnosticate con Sla in Europa aumenterà, con una crescita prevista del 20 per cento raggiungendo i 35mila casi.