Il rischio di demenza – e di Alzheimer in particolare – è noto essere correlato allo stile di vita e al mantenimento di buone funzioni cognitive e relazionali: a ricordarlo è uno studio recente, pubblicato ad agosto su Lancet, che evidenzia i 14 fattori di rischio oggi noti per queste patologie neurodegenerative. Accanto a quelli prettamente organici (e cioè diabete, ipercolesterolemia, ipertensione, fumo, obesità, inquinamento atmosferico, traumi cranici, assunzione di alcol e scarsa attività fisica) ve ne sono infatti di psicosociali. Tra questi ci sono la depressione, la scarsa scolarità, la ridotta attività cognitiva e le poche interazioni sociali.

L’udito, bene prezioso…

Il legame tra udito e calo cognitivo

Meno noto è un altro fattore, apparentemente distante dalle funzioni neurologiche, che tuttavia ha un grande impatto proprio sulla perdita di relazioni interpersonali e dunque sulle demenze: la perdita dell’udito. Non sentire bene, è evidente, causa isolamento sociale, riduzione degli scambi comunicativi e calo del tono dell’umore. E tutto ciò apre la strada alle demenze. Questa evidenza è peraltro suffragata da uno studio del 2022 pubblicato da ricercatori statunitensi su Expert Review of Neurotherapeutics secondo il quale le persone con lievi perdite dell’udito hanno un rischio doppio di sviluppare demenza rispetto ai soggetti sani, valore che sale a cinque volte in chi ha gravi problemi di udito. Questa correlazione, però, non è esclusivamente mediata dalla ridotta socialità conseguenze alla sordità: esiste infatti anche un possibile effetto diretto della perdita dell’udito sul cervello.

Anziani, quel leggero declino…

Atrofia cerebrale da perdita di udito

Alcuni studi di neuroimaging hanno dimostrato infatti cambiamenti compensatori associati a un input uditivo di scarsa qualità: i segnali uditivi impoveriti che provengono da una coclea compromessa riducono l’input alla corteccia uditiva primaria e secondaria e ciò può condurre a un’atrofia di alcune aree cerebrali, prima di tutto la stessa corteccia uditiva e poi la corteccia prefrontale e quella cingolata anteriore. Sebbene la letteratura sia in parte contrastante, alcuni studi hanno persino osservato un’associazione tra una peggiore capacità uditiva e volumi cerebrali frontotemporali ridotti, un’atrofia che influenza negativamente le prestazioni cognitive in diversi domini supportati da queste regioni, come ad esempio il funzionamento esecutivo e la memoria episodica. Tutto ciò, in definitiva, aumenta il rischio di demenza.

I bambini tornano a sentire

Prevenzione e impianti cocleari

Secondo quanto puntualizzano gli autori, il trattamento dell’udito potrebbe migliorare le funzioni cognitive negli anziani arrivando a invertire questi cambiamenti neuroplastici: «Dato il potenziale beneficio del trattamento dell’udito sulle funzioni neurologiche e cognitive», scrivono gli studiosi, «è urgente aumentare l’accesso alle cure per l’udito». Numerose evidenze suggeriscono che l’uso delle tecnologie uditive, e in particolare gli impianti cocleari, potrebbe ridurre il rischio di demenza: proprio questi dispositivi sono l’unica opzione di trattamento per ripristinare l’udito e potenzialmente migliorare la salute cognitiva nelle persone con calo da grave a profondo. La loro efficacia, peraltro, è tanto maggiore quanto l’intervento è precoce: per questo è importante, nelle persone anziane, sottoporsi all’esame dell’udito con cadenza annuale.