La paraplegia spastica ereditaria è una rara malattia neurodegenerativa che colpisce da 1 a 10 persone su 100mila e che causa una progressiva spasticità degli arti inferiori: i sintomi possono sopraggiungere da un anno fino all’età avanzata, a seconda della forma. In chi è affetto i riflessi diventano esagerati e si osservano crampi, contrazioni e spasmi alle gambe, che ne rendono i movimenti rigidi e l’andatura a scatti con rischio di cadute e affaticamento. In alcune persone anche i muscoli delle braccia si indeboliscono e si irrigidiscono. Un recente studio condotto dall’Istituto di biologia e patologia molecolari del Cnr di Roma in collaborazione con la Sapienza ha fornito nuove informazioni sulla patogenesi di questa condizione, per la quale a oggi non esistono cure.

Sla, una sfida da affrontare insieme

Il ruolo della spastina

La ricerca, pubblicata su Brain, ha identificato un meccanismo molecolare che regola i livelli della spastina, una proteina fondamentale per il trasporto degli elementi essenziali necessari per il funzionamento del neurone. Questo meccanismo potrebbe rappresentare una svolta nel trattamento della paraplegia spastica ereditaria. La forma più comune della patologia, infatti, è causata da mutazioni che portano a una riduzione dei livelli della spastina, il cui controllo è essenziale per il corretto funzionamento dei neuroni. Gli studiosi, lavorando sul modello animale del moscerino della frutta, Drosophila melanogaster, e su cellule in coltura, sono riusciti ad aumentare i livelli di spastina e a recuperare la degenerazione neuronale associata alla malattia.

Immunità, cervello, Alzheimer

Riduzione del danno neuromuscolare

«Abbiamo dimostrato che CRL4, un tipo di complesso proteico che si trova all’interno delle cellule e che ha la funzione di segnalare e marcare le proteine da degradare quando non sono più necessarie, è in grado di regolare i livelli della spastina nelle cellule», ha spiegato Cinzia Rinaldo del Cnr, coordinatrice dello studio. «Inattivando il complesso CRL4 è quindi possibile bloccare la degradazione di spastina e recuperarne il corretto dosaggio. L’esperimento ha dato risultati promettenti sul modello animale e anche in cellule derivate da pazienti». Interrompendo il processo che porta alla degradazione della spastina, si può favorire la sua presenza adeguata nell’organismo, contribuendo a mantenere in salute le cellule nervose e a ridurre i danni associati alla sua carenza. Naturalmente i risultati ottenuti offrono nuove opportunità per ideare terapie con cui affrontare quelle malattie invalidanti in cui l’aumento del livello di spastina può essere benefico.