Con il termine epilessia si intendono diverse sindromi le cui crisi sono prodotte da una trasmissione anomala degli impulsi elettrici tra le cellule nervose nel cervello. Le convulsioni, che tutti associamo alla malattia, sono in realtà il sintomo più raro: «Più spesso i pazienti presentano crisi meno evidenti, in cui si associano manifestazioni sensoriali soggettive, movimenti automatici, e una rottura del contatto con l’ambiente», mi ha spiegato Laura Tassi, neurologa al Centro di chirurgia dell’epilessia e del Parkinson all’Ospedale Niguarda di Milano, a margine di un’intervista a una paziente uscita su BenEssere di novembre. Le manifestazioni epilettiche vengono classificate in focali e generalizzate, a seconda che la scarica elettrica si verifichi in una sola regione oppure in tutta la corteccia cerebrale. «In molte epilessie focali è individuabile la causa in una lesione», prosegue il medico.

Lo stigma resiste

La patologia, ancora oggi oggetto di un grande stigma sociale che nasce dall’ignoranza, colpisce circa l’uno per cento della popolazione ed esordisce nella maggior parte dei casi in età infantile. La diagnosi è soprattutto clinica e sulla base di esami come l’elettroencefalogramma e la risonanza magnetica cerebrale. «Si tratta di esami semplici, che tuttavia occorre saper interpretare correttamente», dice Tassi. Numerosi i farmaci a disposizione, ma purtroppo non completamente efficaci in una fetta importante di pazienti (quasi il 30 per cento): «La chirurgia potrebbe essere invece una terapia risolutiva in molti casi», prosegue la neurologa. «Purtroppo però i centri specializzati in Italia sono ancora pochi».

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