La fibrillazione atriale è l’aritmia cardiaca più diffusa al mondo, con circa 59 milioni di persone colpite. È però poco noto che questa condizione è un riconosciuto fattore di rischio per il declino cognitivo: dati mostrano infatti che è associata a un aumento del 39 per cento del rischio di compromissione cognitiva nella popolazione generale. Ma qual è il legame tra le due condizioni? Quanto conta il rischio embolico?

La fibrillazione atriale è sottotrattata

Sebbene la terapia anticoagulante orale rappresenti il trattamento standard per prevenire ictus ed embolie, finora mancavano studi in grado di quantificare l’incidenza della fibrillazione atriale sulle funzioni cognitive nei pazienti anziani affetti e in terapia. A colmare questa lacuna è uno studio condotto dall’Istituto di neuroscienze del Cnr insieme all’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi e dall’Università di Firenze. I risultati, pubblicati da EP Europace, indicano che la sola terapia anticoagulante potrebbe non essere sufficiente a ridurre il rischio di declino cognitivo, suggerendo che a questa strategia devono affiancarsi il controllo dei fattori di rischio vascolare e uno screening cognitivo sistematico.

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«Abbiamo seguito per circa due anni 140 pazienti ultra 65enni con fibrillazione atriale, in trattamento con anticoagulanti e cognitivamente normali all’ingresso nello studio», spiega Antonio Di Carlo, ricercatore dell’Istituto di neuroscienze del Cnr, «sottoponendoli a una valutazione neuropsicologica completa al basale e nel corso del follow-up». Nel periodo di osservazione, 30 pazienti hanno sviluppato deterioramento cognitivo con un’incidenza stimata di circa 14 casi all’anno ogni 100 persone seguite: un valore all’incirca doppio rispetto a quello osservato nella popolazione anziana generale. «Abbiamo inoltre riscontrato che, anche nei pazienti anziani con fibrillazione atriale in terapia anticoagulante, la presenza di cardiopatia coronarica, un precedente ictus e il diabete aumentano significativamente il rischio di declino cognitivo», prosegue. Al contrario, un livello di istruzione più elevato e migliori prestazioni cognitive all’inizio dello studio si sono confermati fattori protettivi.

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I dati mostrano quindi come, anche nei pazienti correttamente trattati con anticoagulanti per la prevenzione dell’ictus, il rischio di declino cognitivo resti elevato e che questo sia legato al carico di comorbidità vascolare accumulato nel corso della vita. La correlazione va cioè spiegata, in assenza di un ictus clinicamente manifesto, con la malattia dei piccoli vasi cerebrali e l’atrofia cerebrale, secondarie al cardioembolismo e all’ipoperfusione cerebrale che possono manifestarsi in questi pazienti.

Fibrosi e aritmie: il legame

La stima dell’incidenza del deterioramento cognitivo, disponibile per la prima volta in questa specifica popolazione di pazienti, rappresenta uno strumento importante per programmare percorsi mirati, integrando lo screening cognitivo sistematico con la valutazione multifattoriale del rischio vascolare nella gestione dei pazienti con fibrillazione atriale.

Ciò è particolarmente importante nei soggetti con basso livello di istruzione o con altre condizioni vascolari a rischio. «L’effetto protettivo di un’istruzione elevata si inserisce nel concetto di riserva cognitiva», prosegue Di Carlo: «anni di studio e attività intellettuali prolungate possono contribuire a compensare più a lungo i danni cerebrali di natura vascolare o degenerativa». Inoltre, un più alto livello di istruzione tende ad associarsi a stili di vita più salutari e a una migliore aderenza alle terapie, elementi che possono contribuire a ritardare la manifestazione clinica del danno cerebrale.