Secondo recenti stime, in Italia sono oltre 3 milioni le persone che soffrono di disturbi dell’alimentazione tra anoressia nervosa, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata. Di questi il 30 per cento sono minori di 14 anni, con un progressivo abbassamento dell’età di esordio fino agli 8-9 anni. I dati, peraltro, hanno visto un’impennata con la pandemia.
Peggioramento post pandemia
Ciò emerge chiaramente dai dati forniti dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma: dal 2019, ultimo anno prima della pandemia di Covid 19, presso l’importante nosocomio pediatrico le diagnosi annuali di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione – tra anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata, disturbo evitante-restrittivo dell’assunzione di cibo e disturbi alimentari non altrimenti specificati – sono aumentate del 64 per cento. La buona notizia è che esistono alcuni segnali che dovrebbero far sospettare precocemente l’insorgenza di un disturbo alimentare: i genitori dovrebbero quindi conoscerli.
Sempre più giovani
«I disturbi alimentari rappresentano oggi una delle sfide più importanti per la salute di bambini e adolescenti», ha spiegato Antonio D’Avino, presidente nazionale della Federazione italiana medici pediatri (FIMP) in occasione della Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, che si è celebrata lo scorso 15 marzo. «Negli ultimi anni abbiamo assistito a un abbassamento dell’età di esordio e a un aumento dei casi. Per questo è fondamentale rafforzare il ruolo del pediatra di famiglia, che rappresenta il primo punto di riferimento nel riconoscere precocemente i segnali di disagio e orientare verso percorsi di cura appropriati».
Attenzione ai campanelli d’allarme
Tra i campanelli d’allarme da tenere in considerazione, in bambini e adolescenti, troviamo cambiamenti improvvisi nel rapporto con il cibo, variazioni di peso non coerenti con la crescita o l’isolamento durante i pasti. Ma anche il rifiuto improvviso di alcuni alimenti o una selezione alimentare più rigida non vanno sottovalutati così come eventuali cambiamenti del tono dell’umore.
Il ruolo del pediatra
Il pediatra ha dunque una posizione privilegiata per intercettare questi segnali precocemente: «Non si tratta solo di osservare il peso, ma di monitorare l’andamento della crescita, il comportamento alimentare e il benessere emotivo del bambino», spiega Raffaella De Franchis, referente dell’Area alimentazione e nutrizione di FIMP. Il rapporto con il cibo si costruisce infatti già nei primi anni di vita.
Il linguaggio si sviluppa mangiando
I suggerimenti degli esperti
Sono proprio gli specialisti intervenuti alla presentazione della Giornata, a Roma, ad aver avanzato alcuni suggerimenti utili alle famiglie: secondo gli esperti, infatti, è importante favorire momenti di convivialità durante i pasti, evitare commenti sul peso o sull’aspetto fisico, ascoltare eventuali difficoltà o cambiamenti emotivi dei figli e, infine, non utilizzare il cibo come premio o come strumento di consolazione, perché ciò può favorire nel tempo un rapporto disfunzionale con l’alimentazione e avere ripercussioni anche nelle abitudini alimentari in età adulta.
La famiglia nelle linee guida
Oggi è possibile guarire dai disturbi del comportamento alimentare, ma è fondamentale intervenire tempestivamente e, soprattutto, coinvolgere attivamente le famiglie. Le principali linee guida nazionali e internazionali per il trattamento dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione in età evolutiva — tra cui quelle della Society for Adolescent Health and Medicine e della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza — evidenziano infatti quanto il supporto familiare sia determinante per il successo terapeutico.
L’approccio multidisciplinare
È inoltre necessario adottare un modello di cura multidisciplinare, che integri le competenze di professionisti in ambito psicologico, nutrizionale, psichiatrico, endocrinologico e cardiologico, lavorando in stretta collaborazione con le famiglie così da assicurare un percorso di trattamento completo ed efficace.