I pronto soccorso italiani vivono da tempo una fase di tensione profonda: negli ultimi anni la loro funzione è diventata quella di vero e proprio “tampone” di un sistema in difficoltà, incapace di rispondere adeguatamente alle esigenze emergenti dei cittadini. Il numero di accessi continua a crescere, con un incremento cumulativo del 29 per cento dal 2020, secondo dati della Società italiana di medicina d’emergenza urgenza (SIMEU). Questo riflette non solo la domanda di prestazioni urgenti, ma anche la difficoltà dei cittadini di trovare risposte alternative sul territorio, con accessi impropri anche per esigenze non eminentemente emergenziali.
Come è gestita oggi la fragilità
Ad aggiungersi a queste criticità, i PS si trovano ad affrontare una problematica nuova: quella della gestione della fragilità. In assenza di strutture territoriali adeguate ad accogliere tale domanda, questi reparti si trovano a dover gestire pazienti che non trovano altrove risposta alle loro esigenze. Tra questi, molti appartengono a categorie delicate: anziani spesso con pluripatologie e fragilità funzionale, persone affette da malattie croniche o invalidanti, pazienti di difficile gestione con comorbilità psichiatriche, disabili e stranieri con difficoltà di integrazione socio-linguistica. Questi soggetti tendono ad arrivare al PS con quadri clinici intricati, spesso accompagnati da fragilità sociali e cognitive che ne aggravano la presa in carico.
Occorre una visione nuova
Alcune esperienze di successo però sembrano rincuorare: ne parlo in un servizio di prossima uscita su Tecnica Ospedaliera. Lo scorso dicembre a Castellanza (Varese), presso la sede dell’Università Liuc “Carlo Cattaneo”, si è tenuto infatti il convegno Best practices socio-sanitarie in Regione Lombardia: misurare per innovare nel corso del quale sono stati presentati progetti innovativi di gestione della sanità territoriale. Ad esempio, un caso interessante riguarda una figura professionale che sta emergendo come centrale nelle dinamiche dei “nuovi” PS: si tratta dell’assistente sociale, che costituisce sempre più l’attore di una svolta concreta nella gestione di tutte le fragilità nei contesti di emergenza e urgenza. A dimostrarlo è un progetto firmato dall’ASST Nord Milano che vede la luce in un contesto territoriale caratterizzato da forte invecchiamento della popolazione, alta incidenza di cronicità e non autosufficienza, diffusi fenomeni di isolamento sociale e presenza significativa di cittadini in condizioni socioeconomiche fragili.
Un anno di pandemia: le riflessioni dai pronto soccorso
La valutazione socio-sanitaria
In particolare nei distretti della Media Valle del Lambro e del Parco Nord, tali fattori determinano un frequente ricorso al PS anche per bisogni a prevalente componente sociale. L’obiettivo del progetto, che prevede l’inserimento della figura fissa dell’assistente sociale in reparto, è ridurre accessi inappropriati e ricoveri evitabili intercettando precocemente le fragilità sociosanitarie. La metodologia introduce, fin dal primo accesso in PS, una valutazione integrata socio-sanitaria attraverso strumenti strutturati come la Scala di BRASS (Blaylock Risk Assessment Screening Score), utilizzata per identificare, entro 24-72 ore dal ricovero, i pazienti a rischio di dimissione difficile o prolungata.
Riduzione dei frequent user
A questo scopo, l’ASST ha assegnato tre assistenti sociali a ciascuno dei due presidi ospedalieri territoriali (l’Ospedale Bassini di Cinisello Balsamo e l’Ospedale di Sesto San Giovanni), prevedendone la presenza programmata in PS tre volte al giorno e su chiamata, in stretta integrazione con équipe medica, bed manager e infermiere. Dal 1° aprile 2025 presso il primo nosocomio sono stati presi in carico 75 pazienti con bisogno sociale (ad esempio, situazioni di maltrattamento intra-familiare e violenza di genere) mentre presso il secondo dall’11 agosto 2025 sono stati seguiti 9 pazienti. Il PS si configura così come osservatorio privilegiato dei fenomeni sociosanitari e punto di attivazione tempestiva della rete, garantendo inoltre riduzione dei frequent user, delle dimissioni inappropriate e dei ricoveri impropri, contenimento dei tempi di attesa e di boarding, e attivazione più rapida dei percorsi territoriali.
Lombardia, la riforma dei PS. Nel 2023 Regione Lombardia ha approvato una delibera per riorganizzare la rete dei pronto soccorso. Questa stabilisce che tutte le strutture ospedaliere, pubbliche e private, debbano garantire accoglienza immediata e continuità delle cure, limitando la permanenza dei pazienti in PS al tempo necessario per completare l’iter diagnostico-terapeutico urgente, idealmente entro le 8 ore. La riforma introduce anche un nuovo modello organizzativo nei principali ospedali con Dipartimento di Emergenza e Accettazione (DEA), dove le unità di Pronto Soccorso e Medicina d’emergenza-urgenza sono integrate con l’Osservazione breve intensiva (OBI) e con reparti di degenza dedicati. Un’altra novità riguarda il triage: i PS lombardi stanno adottando un sistema con cinque codici di priorità, che supera la tradizionale classificazione cromatica per consentire una valutazione più precisa dei casi e una migliore gestione dei tempi di attesa. Non sono mancate però alcune critiche: associazioni di medici internisti hanno segnalato di essere state poco coinvolte nella definizione del piano e temono possibili ricadute organizzative sugli ospedali e sulle medicine interne, che accolgono gran parte dei pazienti ricoverati dal PS.