Quelli a base di probiotici si confermano tra gli integratori alimentari più prescritti e acquistati in Italia. Nel corso del 2024, questo segmento ha ulteriormente rafforzato la propria posizione all’interno del mercato: un’analisi condotta nel canale farmacia da Integratori & Salute, l’associazione nazionale che rappresenta il settore, mostra come le vendite di probiotici abbiano generato un fatturato pari a 492,6 milioni di euro, con un incremento del 6,6 per cento rispetto all’anno precedente. Le confezioni vendute hanno superato i 28,3 milioni, segnando una crescita del 3,1 per cento. Complessivamente i probiotici incidono per quasi il 13 per cento sul valore totale del mercato degli integratori.

Probiotici e prebiotici, quali differenze?

I criteri di scelta

L’offerta è dunque ampia, ma la qualità? Come è possibile valutare i prodotti disponibili sugli scaffali delle farmacie e dei supermercati? Come illustrato dal manuale I criteri per consigliare un probiotico di qualità, pubblicato da Clorofilla, è prima di tutto essenziale valutare se il ceppo è registrato nelle collezioni internazionali ufficiali, che garantiscono la tracciabilità e la qualità del microrganismo utilizzato.

La resistenza dei microrganismi

Chiaramente anche la dose di microrganismi vivi è cruciale: deve infatti essere adeguata a esercitare l’effetto desiderato e garantita fino alla fine della shelf life. In genere si considera che un probiotico efficace contenga almeno 10⁹ unità formanti colonia (CFU) per dose giornaliera, come indicato anche dalle principali linee guida. Ma i microrganismi devono anche dimostrare di poter sopravvivere al passaggio gastrico, resistendo all’acidità dello stomaco e ai sali biliari, così da raggiungere vitali l’intestino. Qui, devono poi essere in grado di aderire alla mucosa intestinale e di colonizzare temporaneamente l’ecosistema intestinale.

I probiotici nella dermatite atopica

La scelta clinica del ceppo

Confermata la loro qualità, resta però ancora oggi una criticità: i criteri di prescrizione e soprattutto la scelta dei ceppi restano un terreno ancora poco esplorato. In altre parole, quale probiotico scegliere in funzione del singolo paziente e della sua condizione clinica? Il primo step è certamente la caratterizzazione tassonomica completa del microrganismo: ciò è fondamentale perché ceppi diversi, anche della stessa specie, possono avere effetti differenti. Medico e farmacista devono quindi considerare l’obiettivo terapeutico: ad esempio, alcuni ceppi possono vantare un buon numero di studi che ne hanno chiarita l’utilità per i disturbi intestinali oppure per la modulazione immunitaria, ma non per altre indicazioni.

Dysosmobacter e metabolismo

Su questo tema c’è una novità recente: uno studio internazionale, a cui ha preso parte anche l’Italia con il Cnr, l’Università di Tor Vergata (Roma) e l’Istituto Neuromed di Pozzilli (Isernia), ha rivelato che il batterio intestinale Dysosmobacter welbionis è in grado di convertire il mio-inositolo presente negli alimenti in acido butirrico, un composto ben noto per i suoi effetti benefici sulla salute metabolica. «Questo batterio mostra una significativa presenza nell’intestino di soggetti sani e una costante associazione con la salute metabolica ed epatica», precisa Andrea Scaloni, ricercatore del Cnr coinvolto nello studio.

L’uso dei probiotici per il sistema nervoso

Nuove possibilità terapeutiche

«Pertanto Dysosmobacter welbionis risulterebbe un candidato ideale per lo sviluppo di probiotici di nuova generazione da usare in approcci terapeutici innovativi diretti al microbiota intestinale e volti a gestire malattie metaboliche come il fegato grasso, l’obesità e il diabete di tipo 2». Test di somministrazione del batterio in modelli animali affetti da steatosi epatica hanno permesso, infatti, di verificare un significativo miglioramento della glicemia e della disfunzione del fegato.