Si stima che tra l’1,5 e il 5 per cento della popolazione generale soffra di aritmie cardiache, disturbi causati da anomalie nella formazione o nella conduzione degli impulsi elettrici che danno vita ai battiti. Qualsiasi malattia a carico del cuore può dar luogo a disturbi del ritmo: a contribuire a un’aritmia esistono infatti fattori sistemici – come alterazioni elettrolitiche, squilibri ormonali o l’impiego di alcuni farmaci – ma anche la presenza di fibrosi del tessuto cardiaco conseguenti a diverse cardiopatie.
La fibrillazione atriale è sottotrattata
La fibrosi altera la conduzione
Oggi si scopre qualcosa in più circa quest’ultimo aspetto: un team internazionale guidato dal Cnr ha infatti sviluppato un innovativo approccio di imaging che combina la mappatura elettrofisiologica del cuore con ricostruzioni tridimensionali ad alta risoluzione tramite il quale ha mostrato come la fibrosi cardiaca possa alterare la propagazione degli impulsi elettrici favorendo l’insorgenza di aritmie.
Una tecnologia avanzata
La ricerca, pubblicata su Nature Cardiovascular Research, si è avvalsa di un protocollo ottico avanzato di clearing dei tessuti e di un microscopio a foglio di luce mesoscopico grazie ai quali il gruppo ha ricostruito in 3D l’intera struttura dei ventricoli, identificando con precisione le zone fibrotiche e la loro relazione con i cardiomiociti, cioè le cellule che costituiscono il tessuto muscolare cardiaco e che sono responsabili della sua funzione contrattile. Integrando questi dati con modelli computazionali è emerso che la fibrosi non è tessuto “inerte”, ma può promuovere un anomalo accoppiamento elettrico tra cellule muscolari e fibroblasti creando così il substrato per le aritmie.
Verso la medicina personalizzata
In pratica dallo studio emerge come non basti conoscere la struttura del cuore per prevedere il rischio aritmico: è infatti fondamentale integrare anche i processi di rimodellamento elettrofisiologico che si verificano nelle zone fibrotiche. Ciò apre la strada anche a nuovi modelli predittivi personalizzati (i cosiddetti digital twin) per la valutazione del rischio aritmico e per l’individuazione di strategie terapeutiche mirate, incluse le terapie geniche di nuova generazione.