Il glioblastoma o astrocitoma di grado IV è il più aggressivo tumore cerebrale primario. Colpisce soprattutto il cervello, ma può insorgere anche in tronco encefalico, cervelletto e midollo spinale, rappresentando il 45 per cento dei tumori cerebrali primitivi. Origina dalle cellule gliali di supporto ai neuroni, ma può derivare anche da cellule progenitrici simili a staminali neurali. L’incidenza è di 3-4 casi ogni 100mila abitanti l’anno, con maggiore frequenza tra 45 e 75 anni, negli uomini e nei caucasici.
Fattori di rischio e sintomi
I fattori di rischio più noti del glioblastoma sono le radiazioni ionizzanti, mentre il ruolo di pesticidi, fumo e sostanze industriali resta incerto. Inoltre alcune malattie genetiche rare (neurofibromatosi, sclerosi tuberosa, sindrome di Li-Fraumeni) aumentano la probabilità, ma interessano meno dell’1 per cento dei casi. I sintomi includono cefalea crescente, nausea, vomito, crisi epilettiche e disturbi cognitivi o della personalità, legati all’aumento della pressione intracranica.
Ancora scarsa la sopravvivenza
A oggi, purtroppo, nonostante chirurgia, radioterapia e chemioterapia la sopravvivenza mediana è di circa 15 mesi, con meno del 5 per cento di pazienti vivi a 5 anni. Tuttavia un team internazionale di ricercatori ha recentemente sviluppato una nuova terapia a base di anticorpi che si è dimostrata efficace nel rallentare la crescita di questo tumore. Oltre a ostacolare la progressione, il trattamento riduce anche l’iperattività neuronale causata dal tumore, una condizione spesso associata a crisi epilettiche nei pazienti.
Glioma del ponte, la sfida terapeutica
Un anticorpo monoclonale
In questo studio, pubblicato su Cell Communication and Signaling, i ricercatori coordinati da Fabio Mammano del dipartimento di Fisica e astronomia dell’Università di Padova hanno mirato a un bersaglio molecolare preciso: i canali emisomici delle connessine (connexin hemichannels), che nei tumori sono iperattivi e rilasciano segnali pro-tumorali come ATP e glutammato. Utilizzando colture cellulari derivate da pazienti e un modello murino rappresentativo della malattia, i ricercatori hanno testato un anticorpo monoclonale chiamato abEC1.1, in grado di bloccare selettivamente alcune connessine. Ciò ha permesso una riduzione significativa del volume tumorale e un aumento della sopravvivenza nei topi normalizzando l’attività sinaptica anomala indotta dal tumore.
Prospettive terapeutiche?
«È la prima volta che un anticorpo terapeutico si dimostra capace di contrastare contemporaneamente la crescita del glioblastoma e l’iperattività neuronale che il tumore induce nei tessuti circostanti», ha spiegato Mammano. «Questo approccio apre la strada a nuove strategie terapeutiche che mirano non solo alle cellule tumorali, ma anche alle loro interazioni patologiche con l’ambiente cerebrale». L’anticorpo è stato somministrato sia come proteina purificata sia tramite terapia genica con vettori virali AAV (virus adeno-associati), una modalità che potrebbe consentire effetti terapeutici duraturi con una sola somministrazione. Naturalmente siamo solo all’inizio…