Il cancro della vescica consiste nell’evoluzione in senso maligno delle cellule della superficie interna dell’organo. La forma più frequente è rappresentata dal carcinoma uroteliale, che ha origine dalle cellule che costituiscono l’urotelio: circa il 90 per cento di tutti i tumori della vescica appartengono a questa categoria, la cui causa principale è il fumo di sigaretta. La macroematuria (presenza visibile di sangue nelle urine) è il più frequente segno d’esordio.
Epidemiologia: mondo e Italia
A livello mondiale è il secondo più frequente tra i tumori maligni urologici, mentre studi lo riportano come il nono o decimo cancro più diagnosticato in assoluto nella popolazione generale. La patologia è tre volte più frequente nei maschi, ma nelle donne è più frequente la diagnosi a uno stadio avanzato e con peggiori prognosi e outcome. Sempre a livello mondiale la mortalità standardizzata per età per 100mila persone/anno è di 3,3 per i maschi contro lo 0,86 per le donne. In Italia nel 2023 sono state stimate circa 29.700 nuove diagnosi (23.700 uomini e 6mila donne) mentre sono 313.600 i soggetti viventi dopo una diagnosi di tumore della vescica (255mila uomini e 58.600 donne). I decessi stimati per il 2022 sono stati 8.300 (6.400 uomini e 1.900 donne).
Vescica, quel tumore sottovalutato
Gli esami di imaging per la diagnosi
In presenza di un sospetto clinico, la diagnosi parte dalla raccolta dell’anamnesi del paziente per identificare segni e sintomi. Possono essere condotti esami per escludere che questi abbiano cause di tipo infettivo. Gli esami di imaging sono lo step successivo: l’ecografia urinaria può essere condotta insieme all’esame obiettivo nonostante la sua moderata sensibilità alle anomalie del tratto urinario inferiore. Per questa ragione non può sostituire altri esami di imaging come l’uro-TC che consente uno studio morfologico e funzionale delle vie urinarie. Anche la risonanza magnetica multiparametrica (mp-MRI) può fornire utili indicazioni anche se il suo impiego nella diagnosi del cancro della vescica non è stato ancora standardizzato.
La citologia e la cistoscopia
L’esame citologico, che consiste nella ricerca di cellule tumorali nelle urine, è un altro step fondamentale nonostante abbia una sensibilità non omogenea a seconda dello stadio di malattia: è quindi utile se affiancata alla cistoscopia, che invece consente di esaminare la vescica e di ricavare campioni istologici. Viene eseguita con uno strumento flessibile con gel lubrificante anestetico così da ridurre il fastidio. Pur essendo il metodo più efficiente oggi disponibile per la diagnosi del cancro della vescica uroteliale, la cistoscopia è infatti correlata a tre principali criticità:
- l’invasività, che nel tempo può esitare in una ridotta compliance;
- i rischi di morbidità anche gravi;
- i costi.
Circa i rischi e l’invasività della procedura, che hanno un impatto sulla qualità di vita dei pazienti, studi mostrano come quasi il 50 per cento di chi vi si sottopone riporti dolore oltre a sintomi e segni successivi all’esame quali urgenza urinaria e ematuria.
L’approccio integrato al tumore alla vescica
Cistoscopia, le alternative
Come conseguenza di queste criticità, negli anni sono stati sviluppate molte alternative. In particolare sono stati introdotti marker tumorali basati su campioni di urina che hanno dimostrato una migliore sensibilità rispetto alla citologia urinaria nell’identificazione in particolari di alcune forme di cancro della vescica. Purtroppo la loro implementazione nella pratica clinica si è dimostrata complessa tanto che oggi sono usati solo nel contesto di studi clinici. La maggioranza di questi test, infatti, si concentra su singoli marker e non considera l’elevato grado di mutazione e di eterogeneità tipici del cancro della vescica. Pertanto, valutando sensibilità, specificità e costi è emerso che nessuno di questi è nei fatti superiore alla citologia urinaria, che quindi resta ancora essenziale insieme alla cistoscopia.