Da tempo la vitamina D è ai vertici tra i prodotti farmaceutici più prescritti e venduti in Italia. Secondo il rapporto nazionale L’uso dei farmaci in Italia, pubblicato dall’Aifa a luglio 2018, il colecalciferolo (una delle sue forme) si posiziona tra i primi principi attivi a brevetto scaduto in termini di spesa convenzionata insieme a pantoprazolo, atorvastatina e ad amoxicillina in associazione con acido clavulanico. La crescente attenzione nei suoi confronti deriva principalmente dall’osservazione di quanto bassi livelli di questa vitamina si associno a un maggior rischio di sviluppare tumori, malattie cardiovascolari o autoimmuni, diabete di tipo 2 e depressione. Un’integrazione è dunque utile a scopo preventivo? I risultati sono ancora, almeno in parte, poco chiari.

A cosa serve?

«La vitamina D è una vitamina liposolubile che agisce come un ormone steroideo», mi ha spiegato Federico Vignati, endocrinologo a Milano e consulente presso la Unità operativa di Malattie endocrine e diabetologia dell’ospedale Sant’Anna di Como. «Il nostro corpo la produce a partire dal colesterolo attraverso una catena di reazioni catalizzate dall’esposizione cutanea ai raggi UvB. Fattori come il colore della pelle, l’età, il tempo di esposizione al sole e la latitudine di esposizione condizionano la capacità dell’organismo di produrla». Le sue funzioni sono molteplici: influenza il metabolismo dell’osso, dell’intestino, dei sistemi cardiovascolare e immunitario, il pancreas, i muscoli, il cervello e il controllo dei cicli cellulari. «Tuttavia pochi studi longitudinali sono riusciti a dimostrare un sicuro beneficio», dice Vignati.

Osteoporosi e qualità dell’osso

Nei pazienti a rischio di osteoporosi, gli effetti protettivi sull’osso sono dimostrati? Nonostante diversi studi non abbiano dimostrato un effetto certo nella prevenzione delle fratture in questi pazienti, le attuali linee guida prevedono per gli anziani con osteoporosi l’impiego congiunto di calcio e vitamina D: «Il calcio alimentare più quello eventualmente aggiunto come supplemento non dovrebbe superare i 1200 mg al giorno per evitare un incremento del rischio cardiovascolare», prosegue Vignati. «Il colecalciferolo andrebbe supplementato per ottenere livelli circolanti superiori ai 30 ng/mL».

L’utilità in età pediatrica

Secondo diversi studi non è identificabile un chiaro effetto positivo sulla consistenza dell’osso nei bambini che hanno ricevuto integrazione di vitamina D3 o le cui madri la hanno assunta in gravidanza o allattamento, tuttavia un introito adeguato è invece indispensabile per prevenire il rachitismo: «Non a caso l’Accademia dei pediatri americani raccomanda di aumentare l’assunzione giornaliera di vitamina D di 400 unità».

Gli sviluppi futuri

Nonostante sia sempre necessario correggere deficit di vitamina D, i suoi impieghi a scopo preventivo vanno ancora approfonditi: resta aperto ad esempio il campo dell’immunomodulazione, che vede l’impiego di colecalciferolo a fianco delle terapie di mantenimento in diverse malattie autoimmuni. «Esistono lavori condotti su piccole casistiche», conclude Vignati, «nei quali la supplementazione con dosi di vitamina D superiori a 100.000 unità al mese sembrerebbe avere un’azione migliorativa su alcuni parametri dell’infiammazione e metabolici».

L’articolo completo su InformaMi, 2/2019

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