Anestesia senza paura

Sappiamo tutti che l’aereo è il mezzo più sicuro al mondo, ma per molti è comunque fonte di ansia. Discorso simile per l’anestesia generale, una procedura fondamentale per eseguire la maggior parte degli interventi chirurgici. I dati dell’American society of anaesthesiologists ci dicono che nel 1950 le morti intraoperatorie riconducibili all’anestesia erano 17,9 ogni 10mila interventi eseguiti, ma già 25 anni dopo erano scese a 2,2 e nel 1989 a 0,04. In pratica, un caso ogni 250mila interventi. C’è anche chi teme che i farmaci usati in anestesia possano essere pericolosi, anche senza conseguenze letali. Falso: le reazioni allergiche vanno, a seconda delle casistiche, da un caso su 4mila a uno su 23mila.

Le fasi dell’anestesia generale

Dalla visita anestesiologica alla fine dell’intervento, ecco cosa ci accade quando veniamo operati. Redatto con la consulenza di Massimo Antonelli, ordinario di anestesiologia e rianimazione all’Università Cattolica di Roma.
1. Visita preoperatoria. È la fase in cui vengono valutati gli esami preoperatori. Il medico esamina inoltre la conformazione del cavo orale e delle prime vie aeree per identificare possibili problematiche in fase di intubazione. Al termine il paziente firma il modulo di consenso previsto dalla legge: «Non è un discarico di responsabilità, ma un’informativa con la quale il paziente accetta le procedure chirurgiche e anestesiologiche», precisa Antonelli. «Il medico resta comunque l’unico responsabile di ciò che accadrà in sala operatoria».
2. Premedicazione. Una volta giunto nel blocco operatorio, il paziente viene normalmente trattato con ansiolitici in vena con lo scopo di rilassarlo.
3. Posizionamento degli apparati. Prima di entrare in sala operatoria, al paziente sono applicati apparati di monitoraggio delle funzioni vitali come gli elettrodi a cui sarà collegato l’elettrocardiografo e il saturimetro per monitorare i livelli di ossigeno nel sangue. Vengono quindi inserite cannule in vena per l’infusione di farmaci e altri liquidi.
4. Induzione. Una volta trasportato in sala operatoria, il paziente viene “addormentato” per mezzo di farmaci iniettati per via endovenosa. Gli vengono somministrati quindi i miorilassanti (curari), farmaci che producono il rilasciamento muscolare necessario ai chirurghi per operare in condizioni ottimali. I curari bloccano tutti i muscoli (tranne il cuore, che continua a battere autonomamente) inclusi quelli della respirazione: è per questo che viene inserito in trachea un tubo collegato a una macchina che garantisce la ventilazione e somministra gas per mantenere l’anestesia.
5. Mantenimento. Nel corso del mantenimento, e quindi durante l’intervento, ogni parametro vitale (attività cardiaca, pressione arteriosa, saturazione) è costantemente monitorato dal medico che può adattare l’anestesia alle specifiche necessità del chirurgo. In questa fase l’anestesista può inoltre richiedere eventuali altri esami, ad esempio in caso di grandi perdite di sangue.
6. Risveglio e postoperatorio. Le tempistiche del risveglio devono essere ben calcolate. Possono essere utilizzati inoltre antidoti che facilitano l’eliminazione dei curari e accelerano il risveglio. Il paziente viene trasportato fuori dalla sala operatoria e lasciato in una sala contigua dove è sorvegliato dal personale per un certo periodo di tempo prima di essere riportato nella stanza di degenza.

L’articolo completo su BenEssere, giugno 2017

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